AZIONI ANTIFASCISTE A ROZZANO : PICCOLE STORIE INEDITE

Si può notare che la Resistenza nel Sud-Ovest di Milano fu molto scarsa: vi era un grande divario fra città (borghi industrializzati) e campagna che non permetteva la nascita di un comune sentimento per la rivendicazione di diritti e libertà. La comune volontà di creare una guerriglia partigiana mancava perché “la politica economica del fascismo, che assegnò allo sviluppo industriale un ruolo preminente e che sancì  nelle campagne il predominio delle classi agrarie possidenti, favorì il protrarsi d’antichi mali e il  sorgere di nuove distorsioni  i cui effetti si riversarono  sui ceti popolari del contado producendo un ulteriore allargamento della frattura tra città e campagna. Oltre al peggioramento delle condizioni sociali, valgano d’esempio le pessime condizioni in cui continuarono a rimanere le abitazioni rurali, le carenze sotto il profilo igienico sanitario, la progressiva contrazione salariale e l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro, le masse conobbero una profonda disaggregazione del tessuto sociale provocata sia dall’indirizzo corporativo intrapreso dal regime, sia dai riflessi della crisi economica che investì il paese negli anni trenta.” (Le brigate Garibaldi e la lotta di liberazione nel sud ovest Milanese.) 

Simbolo delle brigate Garibaldi

In conclusione, il territorio dove sorge la nostra città, non fu in modo particolare attivo in una guerriglia partigiana, perché la popolazione contadina non fu in grado di unirsi e ribellarsi, martoriata dalle dure condizioni di vita e dall’impossibilità di partecipare attivamente alla vita del Paese.Le azioni partigiane in questi territori furono legate perlopiù ai grandi centri urbanizzati, come Abbiategrasso e Magenta. 

“Nonostante queste difficoltà sul territorio si svilupparono ed agirono diversi nuclei partigiani: comunisti, socialisti e cattolici organizzarono proprie formazioni che assunsero compiti militari, di propaganda, di supporto logistico alle formazioni di montagna e d’assistenza alla Resistenza; assenti furono invece le forze  liberali e gielliste.  

Il primo nucleo armato, composto da una trentina di uomini, si costituì nel novembre del 1943 in stretto collegamento con il CLN di Magenta nato nei primi giorni successivi all’armistizio dell’8 settembre. Il distaccamento, che faceva riferimento all’organizzazione comunista, ma che era pronto ad accogliere chiunque fosse disposto a combattere contro il nazifascismo.     

Gruppi  più numerosi e organizzati nacquero solo nella primavera del 1944 quando sul territorio comparvero le Brigate “Matteotti”, d’ispirazione socialista, una brigata cattolica e, soprattutto, quando agli originari nuclei gravitanti attorno al Partito comunista furono affiancate le Squadre d’azione patriottica. Aperte a tutti senza alcuna preclusione politica, sul piano organizzativo dovevano articolarsi in diversi distaccamenti, per raggrupparsi poi in brigata, ed essere collegati  ad un unico Comando militare. Le squadre dovevano inquadrare elementi legali ed essere rette da criteri offensivi e i loro compiti comprendevano sia la propaganda, da svolgersi mediante il lancio di volantini, le scritte murali, l’organizzazione di comizi, sia veri e propri atti militari quali  le azioni di disarmo, la distruzione dei cartelli indicatori stradali, i sabotaggi contro le linee di comunicazione. In tal modo la presenza partigiana avrebbe coinvolto ogni settore della società permettendo di colpire il nemico e favorendo nuove adesioni, permettendo alla lotta di assumere un carattere sempre più di massa”.  (Le brigate Garibaldi e la lotta di liberazione nel sud ovest Milanese.)

E’ doveroso ricordare, fra le le brigate partigiane la 168°, la 169° e la 170° Brigata Garibaldi, IX Divisione Mattetotti, la brigata cattolica “Carroccio”. 

Abbiamo notizia che alcuni patrioti del Sud-Milano facevano parte della 170° Brigata Garibaldi “Santagostino”, che operò anche a Rozzano. Inserirono il loro centro di comando a Motta Visconti ma nella loro cerchia d’azione c’erano Lacchiarella,  Binasco, Casorate, Rosate, Rozzano (appunto), Zibido San Giacomo e Casarile. 

In ognuno di questi paesi, inoltre, vi era un distaccamento operativo.

Il gruppo  originario era sorto nei pressi di Besate ed era costituito da militari sbandati e da ex prigionieri di guerra alleati, ma anche di gente comune del milanese, che faceva parte dei paesi in cui operava.

Alla fine dell’estate del 1944 la formazione contava 100 uomini e si era già distinta per numerose azioni di disarmo, di sabotaggio e di propaganda che avevano diffuso un crescente terrore tra i fascisti della zona. A partire dalla fine di settembre l’attività, per via dei sospetti che le autorità fasciste cominciarono a nutrire verso alcune persone che erano poi gli effettivi responsabili della formazione, cessò quasi completamente.  

Le azioni della 170ª ripresero solo all’inizio del 1945 e videro una maggior partecipazione di tutti i distaccamenti della Brigata impegnata soprattutto nei disarmi e nell’opera di propaganda. Furono compiuti ripetuti lanci di manifestini, organizzati comizi volanti e  realizzate in tutti i paesi della zona numerose scritte murali. Non mancò neppure qualche sporadico attacco alla linea ferroviaria e qualche scontro con i nazifascisti tutti conclusi, questi ultimi, senza alcun spargimento di sangue.

A Rozzano, in particolare, non vi furono battaglie né scorribande come in altre zone, ma vi fu un particolare evento: un punto di blocco sulla strada Pavese. Il fatto avvenne la notte  del 26 aprile.

I garibaldini armati, posizionati al punto di blocco, non riuscirono nella cattura degli autoveicoli tedeschi di passaggio. La colonna di veicoli  proveniva da Pavia ed era costituita da diversi autocarri e molti carri blindati. Si ricorda, qui a Rozzano l’episodio legato a tre di questi veicoli.

Fallito il tentativo da parte dei patrioti di fermare i mezzi sul territorio rozzanese, non ebbero più l’occasione di farlo. Il primo veicolo venne ritrovato all’interno della cascina Bandeggiata con i conducenti disarmati, che vennero portati al centro di raccolta prigionieri di Milano; il secondo veicolo, un torpedone carico di posta e generi alimentari, venne fermato al casello daziario di Annone-Basmetto. Il terzo, un autocarro, che aveva forzato il blocco di Rozzano con andature notevole, fu ritrovato a Valleambrosia e un abitante del luogo ne riferì la presenza ai patrioti.  

A Rozzano, dunque, come negli altri paesi dove operava la 170° Garibaldi, ci furono azioni di propaganda ed incitazione alla rivolta contro il fascismo, e per di più, come detto, un blocco sulla strada Pavese per  gli autocarri tedeschi.

Si è venuto a conoscenza di un altro particolare fatto riguardante il territorio della nostra città, che ha come protagonisti pure delle persone che si qualificarono come “partigiani”. Probabilmente essi appartenevano alla brigata “Santagostino” o alle altre sopra citate.

Nella tarda mattinata del 9 settembre del 1943, una compagnia di carri armati proveniente da Milano con andatura abbastanza spedita, imboccò una  stradicciola (odierna Via Lambro) che porta alla cascina di Quinto de’ Stampi. Sul carro v’era l’effige “Savoia Cavalleria”. 

Qui giunti, scelto un posticino sul retro del giardino padronale, vi parcheggiarono i quattro blindati addossandoli ad una  siepe.

Gli equipaggi avevano deciso di disertare: ufficiali, sottufficiali e truppa si liberarono delle armi individuali che abbandonarono all’interno dei mezzi poi, con la collaborazione dei contadini e del fittabile si travestirono da villani. Tolte le divise e levati gli scarponi, indossarono indumenti, scarpe e zoccoli, in seguito si allontanarono dalla cascina. I blindati vennero prontamente ricoperti di paglia, così da sembrare un grosso pagliaio. Una notte dell’inverno del 1943-1944, tre uomini, qualificatisi per partigiani, svegliarono il fittabile e, con l’aiuto del mungitore in servizio di guardia notturna, aprirono i portelloni laterali dei carri. Fra questi doveva esserci qualche ex carrista e vi asportarono tutte le armi individuali, le radio RT e le due mitragliere delle “cingolette” poi, fattisi dare dal fittabile due grossi fusti metallici, li riempirono di benzina tolta dai serbatoi dei carri.

Escludendo le azioni partigiane, gli atti di antifascismo nella nostra città sono davvero pochi, oltre a Pietro Cordoni non se ne riscontrano molti. 

Un altro antifascista fu un tale Paveri, un noto esponente della sinistra a Rozzano in quegli anni. Aveva deciso di rendere palese la propria fede politica anche con la presenza dei fascisti.

Era solito portare una maglietta (o una camicia) di colore rosso, come la sua idea. La indossava sempre quando doveva uscire di casa, per qualsiasi occasione.  Mosso da ideali di libertà, uguaglianza e giustizia sociale, decise di combattere in modo autonomo il fascismo. 

Le camicie nere che erano presenti nei territori limitrofi lo conoscevano bene, e decisero di punirlo per la sua fede politica e il suo mancato obbedire al fascio. Tale Paveri, che aveva previsto tutto ciò, decise di armarsi e prepararsi per un eventuale attacco.

Un dì, andò per pranzare  alla vecchia osteria del Bissone, sulla Via Pavese, dove ora vi è un ristorante cinese. Le camicie nere avevano notato il suo spostamento e decisero di seguirlo. Lo aspettarono fuori dall’osteria e, quando lui uscì, gli furono subito addosso, immobilizzandolo. Egli non fece nemmeno in tempo ad estrarre la pistola per difendersi che i fascisti cominciarono a picchiarlo a sangue, finché, esausto, non morì per le percosse.

E’ opportuno che il suo ricordo viva ancora oggi in noi con queste poche, forse insufficienti, parole di  commemorazione. 

Flavio di A.N.P.I. Rozzano

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