Il Fascismo

Caro lettore, in questa sezione del nostro sito potrai leggere la storia del Fascismo. Ci siamo impegnati per dare una visione imparziale sull’argomento, in modo che chiunque leggerà il testo seguente potrà farsi una propria opinione sulle camicie nere e su quanto compiuto da esse, sulle loro ideologie, e su chi le comandava.

Buona lettura.

( Autore : Flavio di A.N.P.I. Rozzano )

Per riuscire a comprendere l’avvento del Fascismo in Italia occorre prima fare un passo indietro e spiegare la situazione del Paese durante e dopo la Prima Guerra Mondiale, perché fu proprio questa a causare l’avvento del Fascismo.

Il Primo Conflitto Mondiale aveva portato al Regno d’Italia una vittoria sul campo di battaglia, ma, allo stesso tempo, un profondo shock nella popolazione che imparò per la prima volta cosa volesse dire essere “italiani”.
La guerra aveva prodotto diversi mutamenti  che caratterizzarono gli anni seguenti: la conversione alla produzione bellica della popolazione civile, l’aumento del potere della propaganda, il rafforzamento dello Stato, (come ad esempio nel suo potere esecutivo) e soprattutto la militarizzazione della classe operaia.
Il conflitto, infatti, sconvolse l’esistenza di milioni di “contadini-soldati” che furono messi a dura prova dai i combattimenti e la vita di trincea, sacrificati  alla propaganda della “giusta guerra”. In questo mito vissero i ragazzi del ’99 che videro solamente la parte risolutiva e vittoriosa del conflitto, non comprendendone la brutalità come le generazioni precedenti a loro, che avevano dovuto sopportare combattimenti atroci e la guerra di posizione.

Tutti questi fatti fecero sì che quando il conflitto finì e l’esercito fu smobilitato, si sedimentasse fra i reduci un senso di frustrazione e di “comunanza”. Quella che loro consideravano famiglia non era più d’origine vera, ma quella dei camerati: la Prima Guerra Mondiale aveva creato una massa di spossati, incapaci di reinserirsi nella vita civile.

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Fotografia degli arditi durante la Grande Guerra

La Grande Guerra portò crisi all’ Italia poiché il malcontento popolare cresceva a vista d’occhio e il governo liberale non era in grado di porvi rimedio: i contadini non ricevettero le terre a loro promesse, gli operai i tributi e a ciò si aggiungeva il dramma dei mutilati, incapaci di reinserirsi nella società.

Per far fronte a ciò nacquero e/o si svilupparono i cosiddetti partiti di massa: il Partito Socialista Italiano (con ideologia socialista-marxista), il Partito Popolare Italiano (con ideologia cattolica) e il Partito Comunista Italiano ( con ideologia comunista-marxista, scisso dal PSI nel 1921). Questi partiti, dunque, stavano a significare una presa di distanza dal tipo di Stato precedente.

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Fabbrica occupata durante il biennio rosso

Seguì il cosiddetto “biennio rosso”, un periodo di due anni (1919-1920), durante i quali gli scioperi di braccianti e operai dilagarono: per la prima volta i braccianti nelle campagne e gli operai nelle grandi fabbriche si organizzano per la difesa dei salari e del posto di lavoro. Grandi fabbriche come la FIAT a Torino e la FIOM a Firenze  furono vittime di scioperi generali dei loro dipendenti, che causarono gravi perdite pecuniarie. In questa situazione, però, né il Partito Socialista Italiano né gli altri partiti che rappresentavano i lavoratori, assunsero l’iniziativa di guidare gli scioperi che stavano avvenendo; il Presidente del Consiglio Giolitti, allora, rifiutò di intervenire con la forza nelle fabbriche ma adottò uno stratagemma politico, ovvero un “controllo operaio”, sulle diverse aziende che portò alla fine del biennio. Terminato questo periodo, gli imprenditori non ne uscirono particolarmente danneggiati, ma desideravano qualcuno che potesse dar loro potere nel controllo delle masse operaie. E’, infatti, proprio questa paura, insieme all’ incapacità dei mutilati di reinserirsi in una società e al loro senso di cameratismo che portò alla nascita e allo sviluppo deiFasci di Combattimento.

Per meglio comprendere quello che si è detto precedentemente forniamo dei passi tratti dal romanzo di A. Scurati “ M il figlio del secolo”.

In questi passi Scurati parla del sentimento di incapacità di reinserimento nelle file della popolazione civile da parte degli “Arditi” (ovvero i battaglioni d’assalto formati dai giovanissimi ragazzi del ’99)

“E’ gente che prende la vita d’assalto come un commando.”

(p.11)

“Soldati formidabili quando si trattava di assaltare le posizioni nemiche, preziosi in tempo di guerra ma detestabili in tempo di pace. Adesso, gli Arditi, quando non sono stravaccati in un bordello o accampati in un caffè, si acquartierano alla buona in quelle due stanze spoglie, ubriacandosi in pieno giorno, farneticando di prossime battaglie e dormendo per terra.”

(p.19)

“ E loro, quei combattenti valorosi, che proprio in quei giorni di gloria l’Alto comando umiliava con lunghe marce prive di scopi militari nella pianura veneta fra il Piave e l’Adige per impiegare guerrieri divenuti improvvisamente scomodi e inutili, loro si erano identificati in lui.”

( L’ autore intende Benito Mussolini.)

(p.21)

Nel passo che segue invece, l’autore evidenzia il biennio rosso prima citato, raccontando uno scontro in piazza del Duomo a Milano fra socialisti e fascisti. I socialisti, che stavano manifestando per avere diritti e libertà, furono attaccati dai fascisti improvvisamente. Essi, armati con rivoltelle, inoltre, girarono per le strade della città in divisa da Arditi slacciata con mostrine, con medaglie e pugnale. I reduci attaccarono i socialisti ( che erano anche neutralisti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale) perché raccontavano il conflitto appena concluso come una strage dove non vi era stato né onore né gloria. Opinione che i fascisti non poterono sopportare, infatti ne uscirono vincitori e incendiarono anche la sede dal giornale socialista “Avanti!” a Milano.

“ I cumuli di operai terrorizzati vengono presi a bastonate. Il sangue cola lungo i gradini. Mentre bastonano i manifestanti, ufficiali e Arditi li deridono: “Grida viva Lenin, adesso. Grida viva Lenin!” Un ragazzo, sconvolto, allunga da terra poche lire, come se potesse comprarsi il perdono.”

(p.37)

La fondazione dei Fasci di Combattimento avvenne a Milano il 23 marzo 1919 in piazza San Sepolcro. Il loro fondatore: Benito Mussolini.

Il primo atto compiuto da questi fu, come detto, l’ attacco alla redazione del quotidiano socialista “Avanti !” del 15 aprile 1919. Da quel momento in poi i Fasci di Combattimento crebbero sempre più e si formarono gli “squadristi”. Squadre, appunto, di fascisti che organizzavano delle spedizioni punitive contro coloro che pensavano in modo differente da loro. A capo di queste squadre v’erano i “ras” ( termine che in Etiopia e in Eritrea identificava i signori feudali), che erano i capi del fascismo locale e gestivano la zona del territorio circostante come un vassallo il suo feudo. Le spedizioni punitive potevano avere come obbiettivi sia le persone sia i luoghi. Le prime erano castigate con manganellate, percosse, torture con olio di ricino e uccisioni; i secondi invece da devastare erano camere del lavoro, case del popolo, sedi di partiti, leghe sindacali, cooperative etc.

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Una squadra fascista prende il controllo di un tram a Milano mentre i tramvieri scioperavano

Gli squadristi spesso si rifornivano di munizioni nelle caserme prendendo bombe a mano, pistole, fucili e ovviamente manganelli, principale arma per le spedizioni. Gli atti dei “ras” e delle loro squadre erano inoltre favoriti dalla passività delle autorità di polizia, magistratura e politica. I Fasci di Combattimento crebbero sempre più dilagando nelle diverse città e parti d’ Italia. Il numero di iscritti aumentò a vista d’occhio e non solo a Milano dove erano nati (6.000 iscritti) ma anche a Trieste (14.500), nelle principali città, nelle regioni del Nord ( come Lombardia ed Emilia Romagna) ma anche in quelle del Sud (come Puglia e Sicilia ). Questo fattore trasformò l’associazione in un partito: nasce il Partito Nazionale Fascista- PNF.

Il PNF (Partito Nazionale Fascista, evoluzione dei Fasci di Combattimento) negli anni successivi al 1919, divenne sempre più grande tanto da presentare, nel 1922, ben 322.310 iscritti sparsi in tutta Italia. Esso era appoggiato sempre più dalla classe media e borghese ( per cronaca è opportuno dire che i proprietari terrieri facenti parte di questa classe adottarono gli squadristi per tenere a bada i propri lavoratori rivoltosi), mentre era ovviamente disprezzato da quella più bassa. Nel 1922, coloro che rappresentavano quest’ultima classe, ovvero anche i funzionari dell’ “Alleanza del lavoro” e delle Camere del lavoro, proclamarono nella capitale uno sciopero per promuovere gli ideali di antifascismo e legalità. Quest’atto fece infuriare le camicie nere. La loro reazione fu sanguinosa e violenta: si sostituirono allo Stato e posero fine allo sciopero in poco tempo.
A Milano, invece, gli stessi fascisti il 3 agosto dello stesso anno dello sciopero dell’Urbe, occuparono Palazzo Marino, ottenendo lo scioglimento dell’amministrazione comunale e la nomina di un commissario prefettizio a loro gradito.

L’Italia cominciò a cadere in uno Stato che non era più liberale, come quello precedente di Giolitti, ma nello stato autoritario e dittatoriale del Fascismo. Il governo di quell’anno (il governo Facta), di tipo liberale era infatti assente e/o insignificante davanti alla violenza dei fasci. In questa situazione di disordine e di potere nazionalista crescente, Benito Mussolini, capo e fondatore del PNF e direttore de “Il Popolo d’ Italia” (giornale nazionalista da lui fondato dopo l’espulsione dal PSI) , si accorse che egli stesso e il suo partito potevano avere l’occasione di prendere il potere più velocemente: il governo fascista, nella mente dei suoi componenti, non si sarebbe infatti accontentato di incarichi secondari o di qualche ministero. Si arrivò quindi alla “Marcia su Roma”. Di questo famoso evento, in realtà, ci sono state diverse prove (tutte posteriori ai fatti di Roma e Milano). Fra queste la “Marcia su Ravenna” di 3.000 camicie nere guidate dal gerarca fascista Balbo ( marcia che lo stato liberale fece passare come “esperimento di manovra di civili inquadrati come reparti dell’esercito” ); fra le prove di questa presa di potere si può anche considerare il ritrovo dei fascisti a Bolzano, che cacciarono il sindaco di allora perché aveva adottato una politica rispettosa nei confronti della minoranza austriaca. Con quest’atto si vede già una politica fortemente xenofoba e razzista nei confronti delle minoranze etniche e linguistiche, che caratterizzò il futuro Regime.

La decisione di marciare su Roma fu presa a metà d’ottobre a Milano e poco dopo fu istituito un quadrumvirato, che avrebbe dovuto guidarla. Esso fu formato da nomi illustri, che saranno importanti durante la dittatura: Balbo, De Vecchi, Bianchi e De Bono. La vera ufficializzazione di questa decisione si prese però a Napoli, dove lo stesso Mussolini alla fine di un grande comizio di fascisti esclamò “ O ci daranno il governo o lo prenderemo, calando su Roma”.

Il 27 ottobre 1922 il governo Facta prima citato si dimette e lo stesso giorno inizia la marcia.

I fascisti non incontrano alcuna resistenza: occupano facilmente uffici telegrafici (essenziali per le comunicazioni fra il quadrumvirato e Mussolini rimasto a Milano), le ferrovie, le magistrature e perfino le caserme. I partiti di sinistra e i sindacati sembrarono inesistenti: nulla fecero per fermare la marcia. Fece qualcosa solamente il PCI, indicando uno sciopero generale che però non funzionò. Questa indifferenza  della sinistra sarà definita dal grande voce del socialismo, Filippo Turati : “la nostra Caporetto”.

La notte tra il 27 ed il 28 ottobre fu molto burrascosa: vi furono convulse trattative per far firmare al re d’ Italia, Vittorio Emanuele III, lo stato d’assedio. Se ciò non avvenne fu per la stessa volontà del sovrano, che seguendo i consigli di persone nelle quali riponeva fiducia (come il maresciallo Armando Diaz), non firmò.

Scurati, attingendo a differenti fonti telegrafiche, ci mostra la volontà del governo Facta di prendere provvedimenti riguardo l’insurrezione fascista e proclamare lo stato d’assedio:

“Giungono varie notizie su tentativi insurrezionali che sarebbero stati predisposti dal Partito fascista e che verrebbero in data immediatamente prossima attuati con prese di possesso uffici governativi in alcuni centri. Quando tali tentativi siano per manifestarsi, si dovrà, esperito ogni altro mezzo, resistere con le armi.”

Telegramma del ministro Paolino Taddei ai prefetti,

26 ottobre 1922, ore 12.10

(p.577)

“Riservato personale stop – Da varie parti vengono segnalati indizi di un prossimo movimento insurrezionale diretto impadronirsi con mezzi violenti dei poteri dello Stato stop – Ho la certezza che nessun elemento militare potrà aderire a tale movimento infrangendo essenziali doveri giuramento militare – stop … Tengasi Vostre Eminenze coi Comandi dipendenti pronti assumere i poteri per il mantenimento ordine pubblico stop”

Telegramma del ministero della guerra ai comandi militari,

26 ottobre 1922, ore 17:00

(p.577)

“Il Consiglio dei ministri delibera ad unanimità di proporre al Re la proclamazione dello stato d’assedio.”

Dal verbale del consiglio dei ministri,

28 ottobre, ore 6:00

“Il governo su unanime deliberazione del Consiglio dei ministri ordina Signorie Loro di provvedere a mantenere ordine pubblico… usando tutti i mezzi, a qualunque costo, e con arresto immediato senza eccezione capi e promotori del moto insurrezionale contro i poteri dello Stato”.

Telegramma dalla presidenza del Consiglio a prefetti e comandanti militari del Regno,

28 ottobre 1922, ore 7:10

(p.577)

Mussolini, rimasto a Milano, raggiunse Roma tramite trasporti ferroviari e si presentò al re in persona per ricevere l’incarico di formare un nuovo governo. Indossando la camicia nera, che era ormai diventata famosa, pronunciò delle parole che rimasero nella storia: “Chiedo perdono a Vostra Maestà se sono costretto a presentarmi ancora in camicia nera, reduce dalla battaglia, fortunatamente incruenta, che si è dovuta impegnare. Porto a Vostra Maestà l’ Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalla vittoria, e sono il fedele servo di Vostra Maestà.”

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Mussolini arriva a Roma

Il governo fu formato il 30 ottobre, quando, nello stesso momento, sfilavano le camicie nere all’interno della capitale per celebrare l’evento. Il Paese non era ancora guidato da un governo assoluto di fascisti, ma v’era una coalizione parlamentare: fascisti, nazionalisti, popolari, democratici-sociali, giolittiani, salandrini e indipendenti filo-fascisti. 

A dir il vero però non lo si può considerare di fatto un governo di coalizione, perché il Presidente del Consiglio (Mussolini) non aveva consultato i gruppi parlamentari, ma direttamente le persone. Ai fascisti toccarono il ministero delle Finanze, dell’Assistenza e pensioni e delle Terre liberate; inoltre avevano pieno controllo sull’apparato amministrativo e burocratico dello Stato.

Il 16 di novembre Mussolini, tenendo un discorso alla Camera, fornisce una sua visione personale di quanto era accaduto poco tempo prima; visione che fa capire che sarebbe stata solo questione di tempo la creazione di un governo totalitario: “Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo sprangare il Parlamento e costruire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho almeno in questo primo momento voluto.”La Camera votò la fiducia del governo con 306 voti favorevoli, 116 contrari e 7 astenuti. Il Senato, di nomina regia, votò la fiducia con una maggioranza ancora più schiacciante.Con questo potere il nuovo governo poté proporre, lo stesso giorno, alla Camera un disegno di legge che gli attribuiva pieni poteri fino al 31 dicembre 1923. 

Iniziò a tutti gli effetti una nuova era: il governo di Mussolini.

Gli anni 1923 e 1924 determinarono le premesse per l’abbattimento del sistema parlamentare e della rappresentanza politica: furono gli anni del passaggio dallo stato liberale al Regime Fascista.

Il governo Mussolini aveva, come detto, ottenuto pieni poteri: furono inseriti elementi fascisti nell’amministrazione e furono licenziati i dipendenti pubblici considerati “esuberanti” oppure “incapaci” (ovvero più di 65.000) introducendo una rigida gerarchia civile dello Stato. Il nuovo governo ridusse il numero dei ministeri inglobando l’Agricoltura e l’Industria in quello dell’Economia, quello delle Poste e quello dei Telegrafi in quello delle Comunicazioni.

Questi anni sono anche identificati come anni del “doppio stato”. Questa definizione è stata coniata perché Mussolini fece in modo che avvenisse l’integrazione del suo partito nello Stato e che contemporaneamente si creasse una rete di poteri parallela a quella tradizionale: si creano il Gran Consiglio del Fascismo e la Milizia.

Il primo era un organo collegiale (già pensato nel 1922) che si riuniva una volta al mese per controllare le decisioni assunte dal governo, che era anche formato da politici di differente ideologia. Il Consiglio era composto da ministri fascisti, sottosegretari, direttori etc. oltre che da tutte le persone che Mussolini considerasse molto importanti.

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Il tribunale speciale

La Milizia, o per meglio dire, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) fu istituita nel 1923 dallo scioglimento delle squadre fasciste, che confluirono in questa forza: ogni suo membro doveva prestare giuramento di fedeltà al capo del governo. 

La Milizia ebbe le caratteristiche di una polizia privata alle dipendenze del fascismo; si trattava in realtà del mezzo che facesse diventare “legali” le squadre dei fascisti. 

A questo nuovo organo furono attribuiti due compiti particolari, che in futuro saranno emblematici per la storia del Fascismo: impedire la rossa “Rivoluzione di ottobre” e mantenere l’ordine pubblico interno.

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La milizia

Nello stesso anno in cui venne fondata la Milizia il PNF ottenne un mutamento che ampliò il campo di adesione del Fascismo: il partito si fuse con l’ Associazione nazionalista.

Essa era un ‘ associazione di intellettuali, futuristi, artisti etc. che si rispecchiava negli ideali proposti e sbandierati dalle camicie nere. L’ unione del 1923 fornì al PNF le personalità di cui era più carente, ovvero gli intellettuali che in seguito svilupparono la legislazione fascista. Si decise, con l’ausilio dell’associazione nazionalistica, in vista delle imminenti elezioni del 1924, di varare una nuova riforma elettorale abolendo il sistema proporzionale in favore del maggioritario di lista dove il quorum era il 25% dei voti, distruggendo di fatto uno degli ultimi barlumi dello stato liberale.

Il 1924 è l’anno delle famose elezioni sopra citate, ma è ancora più famoso per il tragico delitto Matteotti. I due fatti sono evidentemente collegati, occorre quindi esaminarli in ordine cronologico.

Il 6 aprile 1924 fu il giorno delle elezioni ed i fascisti, per ottenere il maggior numero di voti e un’apparente svolta democratica, si presentarono con un “listone” nel quale si dichiararono alleati con popolari e liberali. Non riuscirono però a dimostrare la svolta che sbandieravano con il “listone” perché la Milizia (ricordiamo che è il tentativo di legalizzare le squadre) in molte località impedì ai candidati delle sinistre, ai liberali ed ai popolari di tenere comizi : molte furono le aggressioni fisiche, i pestaggi, i morti con la complicità delle amministrazioni del locali.

Il “listone” ottenne il 64,9% dei voti con l’elezione di 374 deputati di cui 275 fascisti mentre le opposizioni ottennero, in netto svantaggio, solo 106 seggi.

Il risultato delle elezioni fu denunciato alla Camera il 30 maggio dal segretario dei socialisti unitari Giacomo Matteotti. Egli denunciò l’illegalità, le intimidazioni e le violenze che avevano caratterizzato le elezioni chiedendone l’annullamento. Dieci giorni dopo il deputato fu rapito, ucciso e sepolto nel bosco della Quartarella nei pressi di Roma. Per il ritrovamento del cadavere però si dovette aspettare fino ad agosto (il 16 di preciso); seguì l’immediato funerale ed il trasporto della salma a Fratta Polesine, paese veneto dove il politico abitava. Il governo aveva assolutamente vietato ogni tipo di manifestazione durante il trasporto del cadavere, cosa che ovviamente non avvenne. Da questo momento si imposero posizioni contrarie al regime sia del popolo sia della stampa non favorevole al PNF; opinioni che in politica si manifestarono però

 con un errore: l’aventino.

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Giacomo Matteotti

Mentre i responsabili del delitto Matteotti si dimettevano e venivano arrestati, Mussolini fece chiudere la Camera per evitare che diventasse il teatro delle opposizioni, e che ottenessero senza difficoltà il voto di fiducia dei senatori. Quasi tutti i raggruppamenti antifascisti aderirono ma v’era grande confusione sul da farsi poiché tutti avevano idee differenti su come protestare contro il governo. La confusione rese la loro protesta totalmente sterile. I socialisti di Turati denunciavano moralmente le violenze fasciste, mentre i liberal-democratici si appellavano al re affinché ristabilisse la legalità e i comunisti optavano per costruire un “Antiparlamento” e mobilitare le masse per un’azione diretta.

Il Fascismo, dopo un breve periodo di crisi dovuto alla scoperta del cadavere di Matteotti, abolì la libertà di stampa e nell’anno successivo, dopo numerose violenze della Milizia per tenere a bada gli avversari politici, Mussolini ,ottenuta la fiducia del sovrano, pronunciò alla camera il discorso con il quale avviò la dittatura.

Il 3 gennaio 1925 Mussolini tenne il discorso già sopra citato nel quale dipinge un Fascismo forte che ha avuto la forza di rinascere dopo il breve periodo di crisi e che ora si mostra ancora più potente ed autoritario. Dopo tale intervento diede inizio alla dittatura con tre semplici mosse: la messa a tacere delle opposizioni, la repressione della massoneria, la fascistizzazione della stampa.

Con la prima mossa i partiti antifascisti, infatti, furono messi a tacere dalle squadre di polizia e dalla Milizia, che provocarono anche la morte di due importanti personaggi politici Carlo e Nello Rosselli. 

In secondo luogo, grazie ad una nuova legge del 1925 sulla disciplina delle associazioni, alle logge massoniche si presentavano due possibilità:  sciogliersi oppure consegnare la lista di tutti i loro partecipanti allo Stato. Inevitabilmente scelsero la prima.

La fascistizzazione della stampa rimane però l’azione più forte delle tre poiché andava a colpire ed a condizionare l’opinione pubblica. Per prima cosa si “fascistizzò” il “Corriere della Sera” e “La Stampa” che mutarono direzione e indirizzo politico ( da liberale a fascista ), mentre la completa fascistizzazione dei giornali avvenne con il varo della legge del 31 dicembre 1925 che istituì un nuovo direttore responsabile fascista e stabilì l’iscrizione obbligatoria dei giornalisti ad un apposito albo.

Durante il 1925 ed il 1926 furono emanate diverse leggi in difesa dello Stato che aumentarono in senso poliziesco ad autoritario il potere statale; prendono nome di Leggi Fascistissime. Furono revisionati i passaporti e annullati quelli già rilasciati, revocando la cittadinanza a quelli già usciti dal paese; furono revocate ogni tipo di pubblicazioni contrarie al regime; furono sciolte le associazioni antifasciste ed istituito il confino per chi avesse commesso o manifestato l’intenzione di compiere atti di sovversione all’ordinamento politico e sociale dello Stato. Venne istituita la pena di morte per chi avesse attentato alla vita dei regnanti e del capo del governo ma soprattutto fu istituito il tribunale speciale per la difesa dello Stato per giudicare i reati commessi in violazione di queste leggi.

La repressione delle associazioni antifasciste e il confino dei suoi membri erano effettuate dall’OVRA, Organizzazione Vigilanza Repressione Antifascismo. L’OVRA era una polizia segreta ed era circondata da un alone di mistero che rafforzò la sensazione della sua onnipresenza. Tra i suoi collaboratori vi era una vasta rete di fiduciari e di spie suddivisi per zone geografiche e di semplici cittadini delatori. Il suo campo di competenza si estendeva dall’Italia fino alle sue future colonie ed in seguito nella Repubblica Sociale. Il suo principale compito rimase, per tutti gli anni di attività, di scovare tramite lo spionaggio gli antifascisti e consegnarli al tribunale speciale sopra citato. Differenziare il suo compito da quello della Milizia è importante per non creare confusione: la Milizia fungeva da corpo di polizia del Fascismo e non da corpo di spionaggio.

Mussolini, avendo preso con la forza il consenso del popolo, si appresta a riorganizzare il mondo del lavoro. Nel 1925 infatti la Confederazione fascista e Confindustria arrivarono al riconoscimento reciproco come unici rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro. La legge sulla disciplina giuridica dei rapporti del lavoro, appena emanata, fece sì che tutti i sindacati venissero aboliti così come il diritto di sciopero e che  sindacato fascista diventasse un organo dello Stato mentre i diverbi fra padroni ed lavoratori venissero affidati ad un organo statale, ovvero la Magistratura del lavoro (anche se repressi abitualmente con la Milizia). La politica agraria del regime, invece, si attuò sempre nel 1925 dopo che furono represse tutte le conquiste dei braccianti nelle campagne. Nello stesso anno si diede il lancio alla “battaglia del grano” con l’obbiettivo di raggiungere l’autosufficienza in campo agrario, che però non venne mai conseguito. Al contrario questa “battaglia” ebbe un grande risvolto propagandistico: erano infatti famose nei successivi anni ’30 le immagini del Duce a torso nudo che mieteva il grano. Ebbe la stessa eco e il medesimo risultato anche la bonifica delle pianure compiuta negli stessi anni.

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Pubblicità del referendum fascista

Nel 1929 vi furono delle elezioni per eleggere i membri della Camera dei Deputati (che come si ricorda era stata chiusa tempo prima) i quali non furono, ovviamente, scelti dal popolo ma dal Gran Consiglio del Fascismo divenuto organo statale a tutti gli effetti. Si poneva quindi sulla scheda elettorale questo quesito: “Approvate voi la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale del Fascismo?”; la scheda del “sì”, che ovviamente sostenevano i fascisti, era dipinta con i colori del tricolore per invogliare gli elettori a marcarla; mentre la scheda del “no” era priva di colore. 

Una formidabile arma per il consenso fu offerta al regime dall’accordo con la Chiesa cattolica. Fu il punto d’arrivo di una politica fatta di concessioni di Mussolini a Papa Pio XI . Nel febbraio del 1929 il cardinale Pietro Gasparri e Mussolini sottoscrissero i famosi Patti Lateranensi che mettevano fine allo Stato laico (creato dopo la distruzione dello Stato Pontificio), ricreavano quest’ultimo come Città del Vaticano e lo risarcivano in denaro delle perdite territoriali subite; fu riconosciuto effetto civile al matrimonio religioso, la religione cattolica fu dichiarata come “fondamento e coronamento dell’istituzione pubblica” diventando materia obbligatoria in ogni ordine di scuola. I sacerdoti, inoltre, furono esenti dalla leva militare, venne istituita festività nazionale l’11 febbraio, giorno della firma dei Patti e si riconobbe l’Azione Cattolica, ovvero l’unica associazione non fascista del regime che seppe conquistarsi degli spazi in politica. Questa associazione però nel 1931 fu denunciata in un’ enciclica da Papa Pio XI poiché assumeva posizione politiche incompatibili con l’assetto fascista della Chiesa. Fu infatti ridimensionata anche con l’obbligo dei membri di giurare fedeltà al Duce.

In conclusione si può affermare che il plebiscito del ’29 fu una grande menzogna. Fece credere agli Italiani di avere ancora potere decisionale su un governo autoritario, e che fu permise a Mussolini di assicurasi un futuro appoggio del Papa e dei cattolici.

La fine degli anni Venti e tutti gli anni Trenta furono il clou del Regime Fascista. In questo lasso di tempo il fascismo si insinuò capillarmente nell’Italia e negli Italiani; si vede infatti la grande trasformazione dal punto di vista culturale. Essa avvenne in due modi: tramite l’elaborazione della dottrina teorica del fascismo e la sua applicazione e con il tentativo di ottenere il consenso degli intellettuali.

L’elaborazione della dottrina fascista e la sua applicazione è fatta a sua volta di due componenti: il corporativismo e la cultura.

Il corporativismo (ovvero la divisione in corporazioni) intendeva organizzare l’economia e i rapporti fra le classi superandone i conflitti per ordine del potere superiore fascista. In parole differenti, il corporativismo può essere considerato una ulteriore via di sviluppo e cambiamento, differente dal socialismo di Stato (quello sovietico, a cui aspiravano socialisti e comunisti) e dal capitalismo liberale ad economia di mercato (ovvero il tipo di governo, liberale, precedente al fascismo).

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Pubblicità sulle manovre corporativistiche fasciste

La costruzione di uno stato simile fu ufficialmente iniziata nel 1926 con la legge sindacale di collegamento fra le associazioni dei lavoratori e i datori di lavoro, ma solo nel 1934, il 5 febbraio, nascono le corporazioni, vale a dire che i rappresentanti di coloro che forniscono il lavoro e dei lavoratori (che non godettero mai degli stessi diritti dei primi) esercitano funzioni consultive e normative. Ma le funzioni delle corporazioni, in realtà, furono poco consultive e soprattutto economiche. La Camera dei Deputati a tal proposito, venne trasformata, nel 1939, nella camera dei fasci e delle corporazioni. Essa era formata all’incirca da 600 consiglieri nazionali provenienti dal PNF e dal nuovo organo fondato: il Consiglio delle Corporazioni.

Un aspetto interessante che si collega con le corporazioni (perché direttamente coinvolte) è la bonifica del territorio, che viene spesso esaltata come “opera buona” del Regime Fascista. 

In realtà si può smentire questa riconsiderazione. La bonifica del territorio fu avviata nel 1928 ma vide il suo momento di splendore nel 1934 quando fu bonificato l’Agro Pontino e furono fondate 5 nuove città.

Il progetto di riqualifica del territorio invero era molto più ampio e comprendeva molto più territorio di quello che i Fasci riuscirono a bonificare. Solo 250.000 ettari furono oggetto di questa campagna, che, la maggior parte delle volte, si rivelò estremamente fallimentare.

Perfino le città che furono costruite nei territori bonificati ebbero molti problemi di progettazione e l’insediamento dei coloni fu sempre minore rispetto a quello previsto perché il Regime Fascista non riuscì mai a rendere adeguato il territorio bonificato dal punto di vista tecnico, agricolo ed urbanistico.

Per quanto concerne la cultura mirava a “fascistizzarla” e a creare ex novo enti ed istituti nei quali si rendesse esplicita la politica culturale e propagandistica del Fascio.

Nel 1925 fu fondato, per iniziativa del Partito Nazionale Fascista, l’Istituto nazionale fascista di cultura con lo scopo di tutelare e diffondere la cultura nazionale e le ideologie del Regime.

Del medesimo anno fu la progettazione dell’Enciclopedia Italiana a cura dell’Istituto Giovanni Treccani a cui collaborarono però anche figure antifasciste come Einaudi. Il mondo della cultura fu segnato fortemente dalle “leggi fascistissime” di cui sopra abbiamo parlato. La loro presenza, per via dei principi contenuti in esse, andò infatti ad influenzare pesantemente le riviste, i libri e le università.

Riguardo queste ultime l’influenza del Fascismo fu molto forte.

Il decreto del 28 agosto 1931 imponeva che i docenti giurassero fedeltà alla patria e al Regime Fascista. In tutta Italia furono 12 a rifiutare di giurare e furono dichiarati decaduti, mentre altri ostili alla dittatura si convinsero di giurare per continuare la loro attività ed evitare che le cattedre universitarie si riempissero di fascisti. Negli anni Venti nelle Università nacquero le prime facoltà di Scienze Politiche che si basavano sullo studio delle corporazioni, così da formare uomini pronti per essere a capo di esse e diventare strumenti dello stato totalitario.

La formazione di una nuova classe dirigente di stampo fascista tramite le università non ebbe risultati apprezzabili malgrado la creazione e l’attività dei Gruppi Universitari Fascisti (GUF).

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I G.U.F.

Essi nacquero prima della Marcia su Roma ed ebbero sempre il compito che di comporre la nuova classe dirigente, di svolgere l’attività di fascistizzazione delle università. Si organizzavano convegni, riunioni, comizi e dal 1940 commenti pubblici sui discorsi di Mussolini, intitolati “Lecturae Ducis”. Essi fondarono anche l’organizzazione dei Littoriani della cultura e delle arti nel 1934 e la Scuola di Mistica Fascista nel 1930. Tutto ciò che era stato fondato dai GUF però finì per favorire, per differenti motivi, durante gli anni Quaranta, una manifestazione di antifascismo. Da gruppi di intellettuali e letterati vennero fondate numerose riviste di propaganda di Regime con l’intenzione di divulgare l’ideale fascista fra le classi sociali più alte. Due furono le riviste principali che svolsero questo compito: la “Critica Fascista” e il “Primato”. Esse però avevano anche un ulteriore scopo, ossia quello di raccogliere in esse e sviluppare l’anima colta del Fascismo; ciò avveniva anche tramite un dibattito con altri intellettuali non legati necessariamente ad un organo fascista; inutile dire che questi ultimi uscivano sempre perdenti dalla discussione.

In uno Stato autoritario come quello che si è appena descritto il consenso della popolazione si ebbe tramite la violenza, (di cui s’è già parlato molto e che continuò sempre negli anni che si stanno descrivendo) e la propaganda.

I due principali mezzi di quest’ultima erano la radio e la cinematografia.

Nel 1927 venne creato l’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche (EIAR) che nei successivi anni Trenta divenne lo strumento più utilizzato dal Regime, infatti, la popolazione era esaltata all’idea di seguire i discorsi del Duce e le adunate fasciste standosene comodamente a casa propria; sentirsi inoltre partecipi di riti di massa aumentava il consenso del popolo.

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L’E.I.A.R.

L’industria cinematografia italiana fu rilanciata dal Duce anch’essa negli anni Trenta tramite l’aiuto del figlio di Mussolini, Vittorio. Benito in persona, per ufficializzare e promuovere questo strumento inaugurò, nel 1937 gli studi di Cinecittà a Roma. Qui venivano prodotti moltissimi film che potevano essere divisi in due categorie: a stampo fascista e dei “telefoni bianchi” (Il nome deriva dalla presenza di telefoni di colore bianco nelle sequenze dei primi film prodotti in questo periodo, sintomatica di benessere sociale). La prima categoria celebrava direttamente ed indirettamente il fascismo, una delle sue più grandi produzioni fu “Scipione l’Africano” che enunciava concetti come “Vivere per la Patria o perire”

oppure “La Patria vi ricoprirà con onore e gloria”che si sposavano benissimo con l’ideologia fascista.

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Locandina del film “Scipione l’africano”

Principale divulgatore di questa ideologia fu l’Istituto Luce che produsse in gran numero documentari di istruzione e propaganda patriottica, da proiettarsi obbligatoriamente in tutte le sale cinematografiche. Nel 1927 comparse, sempre grazie all’Istituto Luce, il primo cinegiornale che presentava rubriche fisse di politica, attualità (parate, cerimonie etc.) sport e spettacolo. Esso forniva inoltre immagini adulatorie del Duce che diventò, in quelle pellicole, onnipresente.

Come seconda categoria si trovava il cinema dei “telefoni bianchi” che non si esponeva in politica, predicava un’evasione dalla realtà e faceva sognare il popolo con avventure fantasiose. E’ questo il caso di “La canzone del Sole” con Vittorio De Sica e Giacomo Lauri Volpi.

Altra via di propaganda fu l’arte in tutte le sue forme. Gli artisti erano tenuti ad iscriversi ad un apposito sindacato fascista e ad una apposita corporazione, con queste iscrizioni venivano “invogliati” a seguire uno stile fascista nelle loro opere. La prima esposizione ufficiale del regime fu tenuta a Roma nel 1931 ma, risale all’anno successivo il tentativo del regime di fornire un immagine di sé tramite l’arte. Si parla della Mostra della Rivoluzione Fascista tenuta a Roma nel decennale della marcia sulla capitale (28 ottobre 1932) e rimasta aperta al pubblico per due anni. Per celebrare l’occasione il Duce, il medesimo giorno, inaugurò due vie che avrebbero ospitato la mostra: via dell’Impero e Foro Mussolini. 

Le mostre però non finirono qui, nel 1937 il Fascismo decise di celebrare il bimillenario dell’imperatore Augusto inaugurando la Mostra augustea della romanità che fu visitata nel 1938 da Hitler.

Il progetto senz’altro più ambizioso di propaganda di regime fu la costruzione, a sud di Roma, di una nuova città “mussoliniana” (Latina) in occasione dell’Esposizione Universale Romana che però sarà completata solo negli anni Cinquanta.

La politica di propaganda ebbe, come detto e come si può immaginare, forti ripercussioni sulla popolazione: ci fu abolizione del “lei” e l’introduzione del “voi”, il saluto romano, balli e festività popolari che assumevano un carattere politico, la creazione di nuove festività come il 28 ottobre, denominato “Natale di Roma”. Fu esaltata, inoltre, la figura di Mussolini con la diffusione di stereotipi che volgevano gli Italiani ad essere amanti del virilità, dello sport e della velocità: verrà infatti prodotta dalla FIAT nel 1932 l’auto encomiastica per eccellenza, la “Balilla”. La popolazione dunque fu coinvolta attivamente nel Fascismo che la occupò durante tutte le sue giornate:infatti anche il tempo libero venne organizzato. L’Opera nazionale Dopolavoro (istituita nel 1925) si occupò di offrire alle masse vantaggi materiali (sconti su biglietti cinematografici, teatrali, ferroviari etc.) e assistenziali come la Befana Fascista, le colonie estive elioterapiche e gli assegni famigliari per le famiglie numerose, incitate a mettere al mondo nuove creature al  servizio della patria. Fu istituito nel 1934 il sabato fascista che coinvolse le masse in varie manifestazioni (parate, esercitazioni militari, etc.) e in varie gite fuori porta a prezzi ridotti come in campagna, al mare o in montagna. Il Regime Fascista si occupò inoltre di riorganizzare la scuola. Per prima cosa fu estesa la religione cattolica a tutti gli ordinamenti scolastici e creato un unico testo per le scuole elementari; subito dopo, nelle scuole medie fu introdotto l’insegnamento della cultura militare mentre nelle università, già fascistizzate, si verificarono i primi fenomeni di discriminazione e bonifica razziale.

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Simbolo dell’operazione nazionale dopolavoro

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Fotografia dell’automobile FIAT “Balilla”

Per rendere più efficace la propaganda, con l’adesione, il consenso e la nuova organizzazione scolastica, i giovani furono divisi per età all’interno del Regime. Nel 1934 le organizzazioni già esistenti che suddividevano la popolazione furono revisionate e ridimensionate. Tutte però fecero parte della Gioventù Italiana del Littorio (GIL) che si suddivideva per i maschi in Figli della Lupa ( da 6 a 8 anni), Balilla (da 8 a 13; questa suddivisione mantenne sempre una connotazione indipendente, comprendeva infatti i Figli della Lupa e prese il nome di Opera Nazionale Balilla- ONB) ed Avanguardisti fino alla università dove si diventava parte dei Gruppi Universitari Fascisti -GUF e infine si entrava nel PNF, ovviamente non compreso nella GIL. Per le ragazze parallelamente, nelle stesse fasce d’età, si entrava prima nelle Figlie della Lupa, poi nelle Piccole Italiane, Giovani Italiane, Donne Fasciste e dal 1934 Massaie Rurali. L’educazione della donna era rigidamente controllato: tra le materie che le ragazze imparavano al di fuori della scuola vi furono soccorso, economia domestica, puericoltura, ginnastica ritmica, decorazione, floricultura. 

Il Fascio, pur incoraggiandole ad uscire dalla sfera domestica dove erano confinate, emanò una legislazione fortemente penalizzante dal punto di vista salariale; sul piano scolastico furono creati licei esclusivamente femminili. Inoltre il ruolo di moglie e madre fu fortemente rafforzato con la politica demografica del regime: oltre a quella già citata v’era una legge che favoriva  nei concorsi le persone sposate con figli, ed il codice penale del 1931 vietava l’adozione di pratiche contro la procreazione.

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I balilla

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Le piccole italiane

Il motto della Gioventù Italiana del Littorio fu uno degli emblemi del Fascismo : “Credere, Obbedire, Combattere”. Altre frasi che vennero usate dal Regime e dalla popolazione educata da quest’ultimo sono: “Me ne frego” ; “Il Duce ha sempre ragione”; “ E’ l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende”; “Noi tireremo diritto” e “Molti nemici, molto onore”. Elemento caratterizzante della volontà del Regime di organizzare i giovani all’interno della scuola e della società fascista furono di sicuro le canzoni. Si propongono di seguito due testi: l’ “Inno dei Balilla” voluto dall’ ONB e “Giovinezza”.

Inno dei Balilla

Fischia il sasso, il nome squilla.

del ragazzo di Portoria,

e l’intrepido Balilla

sta gigante nella Storia.

Era bronzo quel mortaio

che nel fango sprofondò

ma il ragazzo fu d’acciaio

e la Madre liberò.

Fiero l’occhio, svelto il passo

chiaro il grido del valore.

Ai nemici in fronte il sasso,

agli amici tutto il cuor.

Fiero l’occhio, svelto il passo

chiaro il viso del valore.

Ai nemici in fronte il sasso,

agli amici tutto il cuor.

Su lupatti, aquilotti!

come sardi tamburini

come siculi picciotti

bruni eroi garibaldini!

Vibra l’anima nel petto

sitibonda di virtù;

freme, Italia, il gagliardetto

e nei fremiti sei Tu!

Fiero l’occhio, svelto il passo…

Siamo nembi di semente,

siamo fiamme di coraggio:

per noi canta la sorgente,

per noi brilla e ride maggio.

Ma se un giorno

la battaglia

agli eroi si estenderà

noi saremo la mitraglia

della Santa Libertà. Fiero l’occhio, svelto il passo…

Giovinezza

Salve o popolo di eroi,

salve o Patria immortale,

son rinati i figli tuoi

con la fede e l‘ideale.

Il valor dei tuoi guerrieri

la vision dei tuoi pionieri

la vision dell‘Alighieri

oggi brilla in tutti i cuor.

Giovinezza, Giovinezza, primavera di bellezza

nella vita e nell‘asprezza, il tuo canto squilla e va.

E per Benito Mussolini, eja eja alala‘.

E per la nostra Patria bella, eja eja alala‘.

Dell‘Italia nei confini

son rifatti gli Italiani,

li ha rifatti Mussolini

per la guerra di domani

Per la gioia del lavoro

per la pace e per l‘alloro

per la gogna di coloro

che la Patria rinnegar.

Giovinezza, Giovinezza, primavera di bellezza

nella vita e nell‘asprezza, il tuo canto squilla e va.

E per Benito Mussolini, eja eja alala‘.

E per la nostra Patria bella, eja eja alala‘.

I poeti e gli artigiani

i signori e i contadini,

con orgoglio di Italiani

giuran fede a Mussolini.

Non v‘e‘ povero quartiere

che non mandi le sue schiere,

che non spieghi le bandiere

del fascismo redentor.

Giovinezza, Giovinezza, primavera di bellezza

nella vita e nell‘asprezza, il tuo canto squilla e va.

E per Benito Mussolini, eja eja alala‘.

E per la nostra Patria bella, eja eja alala‘.

Il regime ebbe un’ ossessione maniacale, per via del suo gene bellico, per lo sport e il culto della forma fisica. Furono usati questi due elementi come strumenti di aggregazione sociale. Negli  anni Trenta le imprese di sport assunsero una importanza sociale e politica tale da diventare vetrina nazionalistica di prima categoria: i successi italiani (come la vittoria dei Campionati del Mondo di calcio del 1934) erano strumento di consenso interno ma sopra ogni cosa di propaganda all’estero.

L’ideologia razziale, seppur non essendo un elemento fondamentale del Fascismo, era comunque in esso ben riconoscibile: i provvedimenti contro gli Ebrei seguirono alle discriminazioni e alle censure delle minoranze linguistiche italiane (Slavo, Francese e Tedesco), come si testimonia l’evento di Bolzano citato sopra. Il razzismo si sviluppò soprattutto con la conquista dell’Etiopia, quando si inaugurò la politica della razza italiana (1937) con le “Sanzioni per i rapporti d’indole coniugale tra cittadini e sudditi”. Nel 1938 fu fondata la rivista “La difesa della razza” con l’intento di diffondere la politica razzista fascista. I provvedimenti antisemiti che furono presi il medesimo anno non furono soltanto un modo per dimostrare l’alleanza alla Germania Nazista, ma furono anche la conseguenza della politica razzista iniziata dal Regime. Sempre nell’anno della pubblicazione delle leggi razziali venne pubblicato sul “Giornale d’Italia”, per dar voce alle nuove leggi il “Manifesto degli scienziati razzisti” che fu sostenuto apertamente dalla rivista “La difesa della Razza”. Tra il 1938 e il 1943 si parla di “persecuzione fascista dei diritti”: gli ebrei furono espulsi dalla scuola, dagli impieghi pubblici, dall’esercito, emarginati dalle libere professioni e i loro beni confiscati. Dal 1943 fino all’aprile del 1945, durante l’occupazione nazista, si parla invece di “persecuzione delle vite”: gli ebrei infatti verranno deportati nei campi di concentramento e di sterminio.

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Manifesto pubblicitario dell’Impero Italiano

Il desiderio di creare un impero italiano è in realtà precedente al Fascismo ma con quest’ultimo trovò la sua piena realizzazione. Si mirò alla conquista e alla fascistizzazione di molti territori e mari : il Mediterraneo, l’Adriatico, i paesi balcanici e l’Africa. Questi territori, in parte già conquistati dagli Italiani o annessi con il Patto di Londra alla fine della Prima Guerra Mondiale, non bastarono alla sete di potere del Fascio, che cambiò perfino l’atteggiamento di conquista. Si incantavano e invogliavano le masse alla conquista con i discorsi di D’Annunzio e del Duce riguardanti la “vittoria mutilata” e il diritto di governare su tali terre e mari. L’Italia fascista infatti, nel 1925, strinse un patto con l’Ungheria e con la Jugoslavia per annettere la Transilvania, cosa che riuscì a fare. 

I più importanti però furono i domini già presenti in Africa come la Libia, la Somalia e l’Eritrea. In Libia fu attuata una politica di repressione dei nativi ribelli e una colonizzazione demografica, privilegiando l’insediamento dei contadini provenienti dalla madre patria Italia. Successivamente, il governatore di tale Paese e il capo di stato maggiore, il generale Badoglio, riconquistarono la regione della Cirenaica smantellando il fenomeno della resistenza anticoloniale: deportarono la popolazione in campi di concentramento e lungo la costa e facendo costruire, per evitare l’influenza della resistenza araba, un reticolato al confine con l’Egitto.

La situazione era più tranquilla nelle altre due colonie. In Somalia nel 1925, grazie al Patto di Londra, fu annessa la regione dell’Oltregiuba che andava ad alimentare il territorio di controllo italiano all’estero. 

L’ Eritrea invece rimaneva essenziale dal punto di vista strategico: si poteva da quel punto invadere l’Etiopia. Proprio questo Paese fu argomento di un discorso dell’ex direttore generale degli Affari Esteri, Raffaele Guariglia, il quale esclamava che l’espansione coloniale italiana era possibile solo in Etiopia perché “i posti al sole e specialmente al sole africano sono tutti accalappiati”. La scintilla che fece scoppiare il conflitto ( e che fu un bene per il Governo Fascista che non aspettava altro) fu lo scontro fra soldati etiopi irregolari di Addis Abeba e i soldati somali della Somalia Italiana. Mussolini pretese subito delle scuse dall’Etiopia mentre l’imperatore di questo territorio, Hailè Selaissè, chiese vanamente l’intervento delle Nazioni Unite che però non risposero alla richiesta di aiuto. Rendendosi conto della debolezza dell’Etiopia (poiché era sprovvista di alleati e non era potente dal punto di vista bellico, essendo un paese poco sviluppato) l’Italia fascista la invase.

La guerra durò solo sette mesi: dall’ottobre del 1935 al luglio del 1936. Nel ’35 con la schiacciante superiorità dell’esercito italiano furono conquistate alcune città cardine come Adigrat, Adua e Axum. Nel ’36 invece, rifiutata da parte dell’Etiopia la mediazione francese d, il maresciallo Graziani con dei bombardamenti a tappeto distrusse l’esercito etiope, mentre Badoglio nel febbraio sconfisse ad Amba Aradam le truppe etiopi; in seguito Graziani ottenuti rinforzi da Italia e Libia sferrò l’offensiva finale da dove uscì vincitore. Il 2 maggio l’imperatore d’Etiopia (denominato Negus) partì in esilio e il 9 del medesimo mese il Duce tenne questo discorso al popolo italiano:

“UFFICIALI! SOTTUFFICIALI! GREGARI DI TUTTE LE FORZE ARMATE DELLO STATO, IN AFRICA E IN ITALIA! CAMICIE NERE DELLA RIVOLUZIONE! ITALIANI E ITALIANE IN PATRIA E NEL MONDO! ASCOLTATE!

CON LE DECISIONI CHE FRA POCHI ISTANTI CONOSCERETE E CHE FURONO ACCLAMATE DAL GRAN CONSIGLIO DEL FASCISMO, UN GRANDE EVENTO SI COMPIE: VIENE SUGGELLATO IL DESTINO DELL’ETIOPIA, OGGI, 9 MAGGIO, XIV ANNO DELL’ERA FASCISTA.

TUTTI I NODI FURONO TAGLIATI DALLA NOSTRA SPADA LUCENTE E LA VITTORIA AFRICANA RESTA NELLA STORIA DELLA PATRIA, INTEGRA E PURA, COME I LEGIONARI CADUTI E SUPERSTITI LA SOGNAVANO E LA VOLEVANO. L’ITALIA HA FINALMENTE IL SUO IMPERO, IMPERO FASCISTA, PERCHÉ PORTA I SEGNI INDISTRUTTIBILI DELLA VOLONTÀ E DELLA POTENZA DEL LITTORIO ROMANO, PERCHÉ QUESTA È LA META VERSO LA QUALE DURANTE QUATTORDICI ANNI FURONO SOLLECITATE LE ENERGIE PROROMPENTI E DISCIPLINATE DELLE GIOVANI, GAGLIARDE GENERAZIONI ITALIANE. IMPERO DI PACE PERCHÉ L’ITALIA VUOLE LA PACE PER SÉ E PER TUTTI E SI DECIDE ALLA GUERRA SOLTANTO QUANDO VI È FORZATA DA IMPERIOSE, INCOERCIBILI NECESSITÀ DI VITA. IMPERO DI CIVILTÀ E DI UMANITÀ PER TUTTE LE POPOLAZIONI DELL’ETIOPIA.

QUESTO È NELLA TRADIZIONE DI ROMA, CHE, DOPO AVER VINTO, ASSOCIAVA I POPOLI AL SUO DESTINO. ECCO LA LEGGE, O ITALIANI, CHE CHIUDE UN PERIODO DELLA NOSTRA STORIA E NE APRE UN ALTRO COME UN IMMENSO VARCO APERTO SU TUTTE LE POSSIBILITÀ DEL FUTURO:

1°) I TERRITORI E LE GENTI CHE APPARTENEVANO ALL’IMPERO DI ETIOPIA SONO POSTI SOTTO LA SOVRANITÀ PIENA E INTERA DEL REGNO D’ITALIA.

2°) IL TITOLO DI IMPERATORE D’ETIOPIA VIENE ASSUNTO PER SÉ E PER I SUOI SUCCESSORI DAL RE D’ITALIA.

UFFICIALI! SOTTUFFICIALI! GREGARI DI TUTTE LE FORZE ARMATE DELLO STATO, IN AFRICA E IN ITALIA! CAMICIE NERE! ITALIANI E ITALIANE! IL POPOLO ITALIANO HA CREATO COL SUO SANGUE L’IMPERO. LO FECONDERÀ COL SUO LAVORO E LO DIFENDERÀ CONTRO CHIUNQUE CON LE SUE ARMI. IN QUESTA CERTEZZA SUPREMA, LEVATE IN ALTO O LEGIONARI, LE INSEGNE, IL FERRO E I CUORI A SALUTARE, DOPO QUINDICI SECOLI, LA RIAPPARIZIONE DELL’IMPERO SUI COLLI FATALI DI ROMA. NE SARETE VOI DEGNI? (La folla prorompe in un formidabile: «sì!»)

QUESTO GRIDO È COME UN GIURAMENTO SACRO, CHE VI IMPEGNA DINANZI A DIO E DINANZI AGLI UOMINI, PER LA VITA E PER LA MORTE!

CAMICIE NERE, LEGIONARI, SALUTO AL RE!”

Questo discorso esalta l’impero appena fondato e la guerra condotta per crearlo, ma si trattò in realtà di un’azione particolarmente cruenta.

La guerra condotta dagli italiani in Etiopia fu di tipo moderno: furono impiegati in vasta scala aeroplani, carri armati e colonne motorizzate. Per spezzare la resistenza etiope furono bombardati villaggi e impiegati gas chimici proibiti dalla convenzione di Ginevra del 1929 sottoscritta dall’Italia: nei bombardamenti del maresciallo Graziani furono infatti usati gas asfissianti e bombe ad ipirte (gas vescicante d’estrema potenza, possedendo la spiccata tendenza a legarsi a molte e diverse molecole organiche costituenti l’organismo -Wikipedia). Nel 1937 si scatenò inoltre nella capitale d’Etiopia, Addis Abeba, della violenza contro gli “indigeni” con saccheggi ed uccisioni; i cadetti dell’Accademia Militare (essendo considerati potenziale nucleo di opposizione) furono sterminati assieme ai monaci copti. Durante il governo italiano in Etiopia, anche per via della politica razziale italiana, la repressione della popolazione locale fu tremenda: qualunque nativo armato era fucilato sul posto.

La Guerra d’Africa fu una delle più grandi armi usate dal Regime. Circolavano manifesti, volantini che incoraggiavano l’arruolamento e non mancarono di certo canzoni propagandistiche che sono, proprio a causa della loro diffusione, emblema del Fascismo ancora oggi.

Qui sotto si presentano due testi delle canzoni che incarnano al meglio la propaganda della guerra in Africa: “Faccetta Nera” ed “Ti saluto vado in Abissinia”.

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Manifesto pubblicitario della canzone “Faccetta Nera”

Faccetta Nera

Se tu dall’altipiano guardi il mare,

moretta che sei schiava fra gli schiavi,

vedrai come in un sogno tante navi

e un tricolore sventolar per te.

Faccetta nera, bell’abissina

aspetta e spera che già l’ora si avvicina!

quando saremo insieme a te

noi ti daremo un’altra legge e un altro Re.

La legge nostra è schiavitù d’amore,

il nostro motto è libertà e dovere,

vendicheremo noi camicie nere

gli eroi caduti liberando te!

Faccetta nera, bell’abissina

aspetta e spera che già l’ora si avvicina!

Quando saremo insieme a te,

noi ti daremo un’altra legge e un altro Re.

Faccetta nera, piccola abissina,

ti porteremo a Roma, liberata.

Dal sole nostro tu sarai baciata,

sarai in Camicia Nera pure tu.

Faccetta nera, sarai Romana,

la tua bandiera sarà sol quella italiana!

Noi marceremo insieme a te

e sfileremo avanti al Duce e avanti al Re!

Ti saluto vado in Abissinia

Si formano le schiere e i battaglion 

che van marciando verso la stazion, 

Hanno lasciato il loro paesello 

cantando al vento un gaio ritornello. 

Il treno parte: ad ogni finestrin 

ripete allegramente il soldatin…: 

«Io ti saluto! Vado in Abissinia;

cara Virginia;

ma tornerò.

Appena giunto nell’accampamento,

dal reggimento 

ti scriverò. 

Ti manderò dall’Africa un bel fior, 

che nasce sotto il ciel dell’Equator. 

Io ti saluto! Vado in Abissinia 

cara Virginia;

ma tornerò.»

Col giovane soldato tutt’ardor 

c’è chi sul petto ha i segni del valor, 

ma vanno insieme pieni di gaiezza 

cantando gli inni della giovinezza. 

e il vecchio fante che non può partir 

rimpiange in cuore di non poter dir: 

«Io ti saluto! Vado in Abissinia;

cara Virginia;

ma tornerò.

Appena giunto nell’accampamento,

dal reggimento 

ti scriverò. 

Ti manderò dall’Africa un bel fior, 

che nasce sotto il ciel dell’Equator. 

Io ti saluto! Vado in Abissinia 

cara Virginia;

ma tornerò.»

Finalino:

………………….

Dall’Alpi al mare fino all’Equator 

innalzeremo ovunque il tricolor. 

Io ti saluto! Vado in Abissinia;

cara Virginia;

ma tornerò!..

La Seconda Guerra Mondiale è ancora oggi ben viva nelle menti di molti Italiani che l’ hanno vissuta direttamente o indirettamente, ed essa rappresentò anche per la storia del Fascismo l’ approdo estremo e definitivo, meritevole di particolare attenzione anche nel nostro approfondimento.

La guerra d’Etiopia e la politica delle sanzioni (voluta dalla Società delle Nazioni per l’intervento in Etiopia e Spagna) avevano diffuso fortemente una connotazione negativa del Fascismo in Europa, ma l’atteggiamento benevolo di Hitler che non aveva esitato ad offrire all’Italia un aiuto economico, consentì al Duce una politica di ricambio. Il Riconoscimento da parte della Germania dell’Etiopia italiana (25 luglio 1936) e la fraternità sulla lotta in Spagna strinsero dunque i legami fra i due dittatori. La volontà tedesca di sviluppare le potenzialità di un patto fra la Germania Nazista e l’Italia Fascista diede vita al famoso patto detto “Asse Roma-Berlino”nel 1936. Per tutto l’anno seguente seguirono visite tedesche a Roma e nel settembre Mussolini si recò in Germania. Hitler fece di tutto per impressionare il suo ospite e vi riuscì oltre ogni sua speranza. Il Duce rimase ammirato dalla potenza industriale del Reich, dall’ordine militare del Paese, dalle grandi parate, dalla devozione. Conquistato, Mussolini tornò in Italia e pronunciò un frase che rimase molto celebre:

“Quando il Fascismo ha un amico, marcia con questo amico fino alla fine.”

Per dimostrare al nuovo alleato la grande potenza italiana, e per avere uno sbocco ulteriore sul Mar Mediterraneo che era “legittimamente” il mare d’Italia, il 7 aprile del 1939 Mussolini mandò un ultimatum al re d’Albania Zog I accusandolo di ledere gli interessi economici italiani. Contemporaneamente a ciò le truppe italiane invasero l’Albania, Zog I si diede alla fuga e l’Albania divenne un protettorato italiano, uno stato vassallo, governato da Vittorio Emanuele III.

L’Italia aveva deliberatamente fatto il passo che la indirizzava verso la guerra (poiché questo serviva al Paese per avere uno sbocco sul Mare Nostrum e rendersi più forte) e verso la conclusione dell’alleanza con Hitler.

Il famoso “Patto d’Acciaio”, rafforzamento dell’alleanza fra il Fuhrer e il Duce, che avrebbe portato l’ingresso dell’Italia nel Secondo Conflitto Mondiale, e che, nella fantasia degli Italiani dopo l’incremento del potere del Reich tentava di dare forza nuova al Fascismo, fu firmato il 22 maggio 1939 a Berlino. Il fatto che gli Italiani firmassero così precipitosamente e con tanta leggerezza (avevano appena conquistato l’Albania) un patto alla cui stesura non avevano partecipato e che avrebbe portato ad una guerra imminente sembra molto strano, eppure è reale.

I pretesti addotti da Galeazzo Ciano, ministro delle Comunicazioni, che erano quelli di intimorire gli Stati Uniti, la Francia e l’Inghilterra sembrano in realtà solamente una scusa. Mussolini pensava che una guerra fra i paesi fascisti e le democrazie europee fosse inevitabile e che essa avrebbe potuto essere fruttuosa per l’Italia facendone una potenza nel Mediterraneo e nell’Africa Orientale. Vi era il problema però che l’Italia venisse trascinata nell’imminente conflitto prima che fosse pronta ad affrontarlo. Nelle alte sfere politiche italiane però si pensava di attendere almeno tre anni (fino al 1942) per dare tempo al Paese  di realizzare differenti “modifiche” interne e nelle nuove colonie.

Codeste “modifiche” erano la “fascistizzazione” dell’Albania e dell’Etiopia, il completamento di 6 corazzate indispensabili per un nuovo conflitto, il rinnovamento della nuova artiglieria, lo spostamento delle industrie dalla Pianura Padana al Sud d’Italia e l’organizzazione dell’Esposizione Universale di Roma prevista per il 1942.

Niente di tutto ciò però costringeva Hitler ad aspettare tre anni per scatenare la guerra.

Infatti il 10 giugno 1940 Mussolini, affacciandosi dal balcone di palazzo Venezia a Roma, pronunciò alla folla straripante sotto di lui le seguenti parole: “COMBATTENTI DI TERRA, DI MARE E DELL’ARIA! CAMICIE NERE DELLA RIVOLUZIONE E DELLE LEGIONI ! UOMINI E DONNE D’ITALIA, DELL’IMPERO E DEL REGNO D’ALBANIA, ASCOLTATE! UN’ORA SEGNATA DAL DESTINO BATTE NEL CIELO DELLA NOSTRA PATRIA. L’ORA DELLE DECISIONI IRREVOCABILI. LA DICHIARAZIONE DI GUERRA E’ GIA’ STATA CONSEGNATA AGLI AMBASCIATORI DI GRAN BRETAGNA E DI FRANCIA. SCENDIAMO IN CAMPO CONTRO LE DEMOCRAZIE PLUTOCRATICHE E REAZIONARIE DELL’OCCIDENTE, CHE, IN OGNI TEMPO, HANNO OSTACOLATO LA MARCIA, E SPESSO INSIDIATO L’ESISTENZA MEDESIMA DEL POPOLO ITALIANO.”

Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale l’Italia aveva dichiarato la “non belligeranza” che non significava “neutralità”: il Paese infatti svolse la funzione di retrovia alla Germania inviando la manodopera agricola ed industriale di cui il Reich aveva bisogno, anche perché l’Italia non poteva fare a meno dei rifornimenti di carbone tedesco. Nonostante tutte le pressioni di Gran Bretagna e Francia per assicurarsi la sua neutralità, il Duce rassicurò Hitler: l’Italia sarebbe entrata in guerra solo al momento più opportuno. La condizione di non belligeranza però non poteva essere eterna, vista l’assoluta dipendenza economica dalla Germania.

L’Italia, secondo i piani del Fascismo, doveva compiere una guerra parallela a quella nazista in sfere d’influenza autonome e indipendenti, quindi nei Balcani ed in Africa. Come si è detto però nelle sfere politiche italiane non si credeva che fosse possibile entrare in guerra prima del 1942 viste l’impreparazione dell’esercito regio dopo l’Etiopia e la Spagna: pertanto la dichiarazione di guerra non ebbe una mobilitazione generale delle classi soggette ad obblighi militari, ma soprattutto, come detto, l’esercito non era all’altezza. Nonostante ciò nel 1940 l’Italia si rivolse verso i Balcani, vecchio obbiettivo di conquista: la vittima era la Grecia alla quale il Duce inviò un ultimatum.

L’attacco partì dall’Albania ma divenne un completo fallimento : la controffensiva ellenica costrinse il regio esercito ad una precipitosa ritirata che ebbe forti ripercussioni sulla credibilità del Regime. La situazione migliorò nell’aprile 1941 solo grazie all’intervento tedesco, dopo che l’Inghilterra aveva occupato Creta. La campagna di Grecia aveva portato 20.000 morti, 40.000 feriti e 26.000 prigionieri, altro che “spezzare le reni alla Grecia”; a causa di questa pesante sconfitta il generale Badoglio fu costretto a dimettersi. Nel settembre del 1940 le truppe del generale Graziani, governatore della Libia, entrarono in Egitto ma la controffensiva britannica fu schiacciante e gli Italiani si ritirarono ed oltre 100.000 soldati italiani furono fatti prigionieri. Alla fine, nel maggio del 1941 il famoso Impero Italiano era già sfumato.

L’operazione Barbarossa, ovvero l’attacco tedesco all’URSS, scattò nel giugno del 1941, e la propaganda di regime italiana giustificò la necessità di inviare un corpo di spedizione in Russia per fine ideologico: la lotta contro il comunismo. Il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) formato da circa 60.000 uomini e 5.500 mezzi corazzati, fu accettato da Hitler. In seguito, il esso fece parte dell’ARMIR ovvero l’Armata Italiana in Russia. Essa, sotto il comando del generale Giovanni Messe contava 230.000 uomini (dei quali ne morirono 85.000) e 16.000 automezzi e circa 100 aerei. Delle 10 divisioni di cui era formata l’Armata 8 dovettero marciare a piedi. Le truppe tedesche, che non avanzavano a piedi, arrivavano alle porte di Mosca ed attaccavano Leningrado, mentre quelle italiane rimasero sul sulla linea del fiume Don. La controffensiva dell’Armata Rossa nel dicembre del 1942 costrinse la VIII armata italiana alla ritirata nel gelido inverno russo: una tragica disfatta.

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Soldati durante l’Operazione Barbarossa

In Nord Africa, dopo la riconquista dell’Asse di El-Alamein , sottratta agli Alleati, il generale tedesco Rommel si arrestò in attesa di rifornimenti. Ma i Britannici, aiutati dagli Americani, sconfissero Rommel nel 1942 proprio dove si era stanziato. Gli italiani e i tedeschi si rifugiarono in Tunisia per evitare che gli Alleati attaccassero il “ventre molle dell’Asse” (come lo definì Churchill) ovvero l’Italia meridionale, fatto che avverrà il seguente 10 luglio.

Nel 1942 si ebbe l’annessione da parte dell’Italia della Slovenia occidentale, della Dalmazia, il controllo del Montenegro, del Kosovo, delle isole Ionie, di parte di quelle greche e della Croazia collaborazionista. La politica italiana nei Balcani si distinse per l’accentuazione dei vari nazionalismi: dopo aver incoraggiato il nazionalismo albanese in funzione antigreca e antijugoslava, si cercò 

di egemonizzare la Croazia, senza ottenere risultati.                                          In Grecia la politica italiana fu forse meno brutale ma non per questo meno dura: le isole Ionie furono sottoposte ad una disumana snazionalizzazione, mentre la resistenza greca fu combattuta con rappresaglie, deportazioni e stragi.

Le diverse disfatte, i bombardamenti sulle coste italiane, sulle città ma soprattutto la disfatta dell’ARMIR, minarono la fiducia degli italiani. A protestare contro il Regime furono per prime le donne, preoccupate per le condizioni dei famigliari al fronte. Anche gli uomini si fecero sentire però: a Torino, nella fabbrica Fiat di Mirafiori, gli scioperanti chiedevano, oltre ad un aumento salariale, le indennità di sfollamento promesse dal Regime agli operai delle fabbriche militarizzate e, sopra ogni cosa, la pace. Davanti a queste manifestazioni, la resistenza dei vecchi partiti antifascisti si trovò impreparata: solo il PCI ricominciò a stampare clandestinamente il suo giornale, ovvero “l’Unità”. In seguito a ciò nacquero anche i nuclei di “Giustizia e Libertà” di ideologia liberalsocialista e democratica-liberale, i gruppi della Democrazia Cristiana, a cui si unirono i giovani dell’Azione Cattolica e infine si formarono i movimenti del PSI.

Tutti questi assunsero connotati politici sempre più definiti, ma uniti nella comune ideologia dell’antifascismo, sotto il Comitato di Liberazione Nazionale – CLN.  Nel 1943 si aprì uno scenario bellico nefasto per l’Italia. I gerarchi fascisti cominciavano ad avere sfiducia in Mussolini, non credendolo capace di condurre ancora il conflitto. Il Duce però era ancora in sella e riorganizzando in parte il PNF, ne fece uscire i gerarchi a lui contrari. Ma se potè fermare la crescita di diffidenza verso di lui nel suo partito, non potè fermare l’avanzata in Sicilia degli Alleati.

Il sovrano, che per ora di fatto era stato totalmente una pedina del Duce, che lo elogiava ma alla fine predominava nel controllo del Paese (ed è per questo che quella di Mussolini si chiama “dittatura”), a seguito di discussioni con militari, Chiesa, mondo industriale, acconsentì alla destituzione di Mussolini, senza però voler affidare il governo allo stato liberale antifascista precedente. Decise dunque di creare un governo militare affidando l’Italia al generale Badoglio e al governo alleato. I fascisti sembravano svaniti e i gerarchi fuggivano in Germania o nella ambasciata italiana alla Santa Sede.

Gli italiani scesero in piazza a festeggiare: la folla che un tempo elogiava, stimava, adorava, venerava il Fascio Littorio era nelle sostanze la stessa che festeggiava la caduta del suo Duce.

Il tempo però della festa durò poco. Il governo Badoglio praticamente cercò di tenere vivo il Fascismo senza Mussolini. Abolì il Tribunale Speciale, il Gran Consiglio, la camera dei Fasci e delle Corporazion, ma mantenne illegali i partiti antifascisti e continuò la politica di censura sugli organi di informazione. L’ 8 settembre del 1943 Badoglio, continuando la guerra con gli Alleati, annunciava questo al popolo italiano tramite la radio: “La guerra continua(…)chiunque tenti di turbare l’ordine pubblico sarà inesorabilmente punito.”

L’8 settembre del 1943 spaccò il Paese in due: gli Alleati angloamericani erano nel meridione mentre nel centro-nord si trovavano i nazifascisti (nazi perché questo territorio era occupato militarmente dai tedeschi). L’Italia fra il 1943 e il 1945 ebbe, in pratica, ben tre governi: il Regno del Sud, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia e il governo della Repubblica Sociale Italiana – RSI. Quello stesso giorno Mussolini fu imprigionato e deportato sul Gran Sasso poiché era considerato un traditore, ma il 12 dello stesso mese i Tedeschi lo liberarono e lo portarono in Germania. Da Radio Monaco annunciò che dal territorio controllato dai nazisti in Italia nasceva la Repubblica Sociale e che essa avrebbe continuato la guerra con la Germania ed il Giappone.

La “Repubblica” era così costituita: la residenza del Duce era a Salò (da qui anche il nome alternativo Repubblica di Salò) sul lago di Garda mentre i diversi ministeri erano sparsi per il nord d’Italia: l’Interno a Maderno, l’Educazione Nazionale a Padova, l’Agricoltura a Treviso e le Corporazioni ed economia a Verona. Mussolini da Radio Monaco aveva annunciato la “nascita di uno stato che sarà nazionale e sociale nel senso più alto della parola, cioè fascista, risalendo così alle nostre origini.” Secondo l’intero discorso tenuto dal Duce alla radio, si poteva affermare che fosse uno stato neofascista, ma anche uno stato vassallo tedesco,  giacché presentava fra coloro che lo comandavano noti personaggi nazisti come Wolff, comandante supremo delle SS a cui era stato riservato il compito di mantenere l’ordine interno.

La RSI si proclamava figlia della “seconda rivoluzione fascista” e si poneva obbiettivi quasi uguali a quelli del Regime, fra cui una spietata politica antisemita, la nascita del Partito Fascista Repubblicano – PFR e l’educazione politica del popolo. Gli obbiettivi furono raggiunti ma non così brillantemente come si desiderava. E’ vero infatti che nel 1944 il PFR contava solo 500.000 iscritti, al contrario del PNF che nel 1939 ne aveva 2.600.000. Ad iscriversi erano stati squadristi vecchi e nuovi, nazionalisti, sindacalisti nazionalisti e militari. Ma il PFR non fu mai come il suo predecessore, non era così forte e deciso, non aveva neppure una milizia di partito come il vecchio PNF. L’esercito della RSI infatti né era regolare né era composto dalla milizia di partito: fu un ibrido. Era formato dalla Guardia Nazionale Repubblicana, composta dalla Milizia, dai Carabinieri, dalla Polizia dell’Africa Italiana e dalla popolazione chiamata alla leva, anche se disertò ben il 50 % dei chiamati. Coloro che invece non disertarono o andarono volontari, vennero inviati in Germania per un periodo di formazione e poi mandati a combattere contro le squadre partigiane in Italia. Nel 1944 si decise di rafforzare quello che era il nuovo esercito italiano e si crearono le famose Brigate Nere, composte dagli iscritti al PFR tra i 18 e i 60 anni, che avevano il compito specializzato di distruggere le bande partigiane.

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Tessera del Partito Repubblicano Fascista

I 600 giorni della RSI furono caratterizzati da continue lotte fra nazifascisti e partigiani, e in questo periodo si fece la storia della Resistenza, che andò a caratterizzare il secondo dopoguerra e tutto il Novecento seguente.

La liberazione di Roma da parte degli Alleati (giugno 1944) fece crollare il fronte interno e crescere l’odio nei confronti del Duce. A fine anno si tenne a Milano l’ultima riunione del Fascismo, dove Mussolini promise la difesa della Pianura Padana; ma il 21 aprile del 1945 le direttive per l’insurrezione nazionale e il corpo volontario per la libertà (facenti entrambi parti del CLNAI) ordinarono alle brigate partigiane di scendere dalle valli verso le città del nord d’Italia.

Il 25 aprile le brigate partigiane dell’OltrePò entrarono a Milano e nel pomeriggio, sempre nella stessa città, i rappresentati del CLNAI, Sandro Pertini (futuro Presidente della Repubblica Italiana) e Riccardo Lombardi, chiesero la resa incondizionata al Duce. Ma mentre l’insurrezione dilagava al nord, Mussolini fuggì, travestito da soldato tedesco, verso la Svizzera. Due giorni più tardi venne fermato a Dongo ( CO ) da un posto di blocco partigiano e il giorno successivo ucciso dal comandante Walter Audisio su ordine del CLNAI. Il 29 aprile 1945 i cadaveri di Mussolini, Claretta Petacci (sua amante) e dei gerarchi fascisti catturati con loro a Dongo, furono esposti a Milano in Piazzale Loreto. Il luogo scelto non fu casuale, proprio in quella piazza il 10 agosto del 1944 erano stati esposto i corpi di 15 ostaggi fucilati dai nazifascisti. I corpi vennero appesi a testa in giù al tetto di un distributore di benzina e lasciati alla mercé della folla per una giornata, nella quale non esitarono a partire sputi e calci verso i cadaveri.

Ma ciò che fu un atto barbarico deve essere assolutamente contestualizzato. Dopo 5 lunghi anni di guerra, dopo un ventennio di repressione della libertà e delle ideologie differenti, di propaganda, di culto della persona, di deportazioni e confini, di abolizione dei diritti salariali e del lavoro, dopo 23 anni (dal 1922) di abominevole e pura violenza dittatoriale, la popolazione non volle aspettare tribunali internazionali per vendicarsi del proprio oppressore: il Duce, Benito Mussolini, il Fascismo.

Flavio di A.N.P.I. Rozzano

BIBLIOGRAFIA

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  • Wikitesti ( per canti, discorsi ed inni )
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