L’ Antifascismo, la Resistenza e l’ A.N.P.I.

Caro lettore, in questa sezione del nostro sito potrai scoprire la storia dell’ Antifascismo fin dalle sue origini, della Resistenza e dell’ A.N.P.I. : Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia.  Buona lettura.

( Autore: Matilde di A.N.P.I. Rozzano )

Finita la Prima Guerra Mondiale, mentre il fascismo cominciava a farsi strada nelle menti di numerose persone e costruiva il suo regime,

nasceva nell’illegalità della sua stessa esistenza l’Antifascismo: nato perciò nel 1919, fu dichiarato illegale nel 1926, ma rimase sempre presente, accolto da quelle persone che non si ritrovavano nelle parole del nemico fascista.

 L’Antifascismo in quel periodo era principalmente diffuso tra singoli nelle organizzazioni operaie, da attivisti socialisti, anarchici e comunisti, e altri all’interno delle organizzazioni liberali. Si manifestò inizialmente come opposizione al nazionalismo e all’esaltazione della ‘guerra vittoriosa’, elementi base del nascente movimento fascista.

In principio non riuscì a trasformare la sua ideologia in azione concreta, e quando finalmente scese in campo, non ebbe un riscontro adeguato e necessario.

Importanti e grandi opere dell’opposizione al fascismo si hanno negli anni venti: prima fu la risposta al delitto di Matteotti nel 1924, cui seguì l’appello di diverse personalità quali Ivanoe Bonomi, Antonio Salandra e Vittorio Emanuele Orlando, affinché Mussolini fosse destituito, richiesta che non fu però ascoltata neanche dallo stesso Vittorio Emanuele III, che decise di non intervenire al riguardo.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Matteotti, a Firenze nacque clandestinamente grazie ad alcuni ex combattenti uno dei primi nuclei di cultura e di azione antifascista.

Apertamente invece si espose Amendola che costituì L’Unione Nazionale Delle Forze Liberali e Democratiche nel 1924; queste due organizzazioni però non influenzarono le grandi masse e non riuscirono a risolvere la situazione.

Più incisivo invece fu il nuovo giornale clandestino Non Mollare, a cui si associarono i futuri fondatori del movimento Giustizia E Libertà, motivo di furore per il fascismo fiorentino.

Nello stesso periodo Gobetti, che aveva portato a Torino una nuova forza rivoluzionaria apprezzata da diversi intellettuali, e Amendola furono aggrediti da squadre fasciste e uccisi in esilio.

Nel 1925 Mussolini recitò alla Camera il discorso che preannunciò la sua strada verso la dittatura e con il quale si prese carico di tutti i crimini politici causati dal fascismo.

Nei mesi successivi furono emanate le ‘Leggi Fascistissime’, che puntavano alla repressione dei rimasugli di libertà politiche e civili, chiudendo tutte le sedi giornalistiche antifasciste,

sciogliendo ogni partito e ogni associazione non fascista, dichiarando il declino degli aventiniani,  dei socialisti e dei comunisti.

Seguì una fase di lotta clandestina, sia in Italia sia contemporaneamente all’estero, accompagnata dal fenomeno descritto dai fascisti come il “fuoriuscitismo”, cui  parteciparono personaggi politici di diversa importanza, che erano stati spinti all’esilio date le vicende a loro vicine.

Con i rappresentanti dei partiti politici a Nerac  (Francia) nel 1927 s’istituì la Concentrazione Antifascista, che poi ebbe sede a Parigi. Questa riportava l’ideologia degli aventiniani, non fu dichiarata repubblicana fino all’anno seguente ed ebbe un difficile rapporto inizialmente con socialisti massimalisti e comunisti.

Nacque così un nuovo movimento politico, che escluse l’idea di portare una soluzione legalitaria, ma decise di agire in modo immediato e radicale per la liberazione dell’Italia dal fascismo.

A questo punto il movimento Giustizia e Libertà, composto da militanti antifascisti ed esiliati come Carlo Rosselli (che puntava a unire le idee socialiste con quelle liberali rivoluzionari), aderì alla Concentrazione.

Serviva un’azione decisiva, in grado di poter stimolare la vera lotta antifascista, a cui pure i comunisti avrebbero aderito: il momento opportuno si presentò durante la guerra civile in Spagna, per cui Mussolini aveva aiutato Franco con truppe e diversi mezzi affinché potesse procedere con l’attacco alla libera repubblica spagnola.

Carlo Rosselli capì che la vittoria fascista nella battaglia avrebbe portato la diffusione del fascismo in tutta Europa, portando quindi una guerra generale: per evitare ciò Giustizia E Libertà intervenne in Spagna con dei militanti a fianco delle truppe repubblicane. A causa della pressione del movimento G.L. (Giustizia e Libertà) in Spagna e della crisi del partito repubblicano, la Concentrazione si sciolse.

Le attività antifasciste non finirono però: iniziò principalmente nel 1930 la loro diffusione, appoggiate dalle due sedi all’estero e da militanti comunisti e i gruppi di G.L., che avevano raggiunto  in futuro una buona organizzazione che ora non possedevano. Diversi erano i gruppi clandestini nelle fabbriche che si occupavano di propaganda, composti in grande parte da cellule comuniste e socialiste.

Il tribunale  speciale ( l’organo dello stato che si occupava di giudicare gli accusati di antifascismo)  intervenne duramente al riguardo e tra il 1927 e il 1939 condannò un paio di migliaia di antifascisti a  diversi anni di carcere.

In ugual modo le spie fasciste s’introdussero all’interno della G.L., arrestando ventiquattro dirigenti e condannandoli a venti anni di reclusione.

Ancora intervenne contro un movimento politico più modesto, meno aggressivo e meno illegale, Alleanza Nazionale: per i suoi dirigenti furono inflitte condanne fino a quindici anni di carcere.

Gli arresti all’interno dell’organizzazione G.L. continuarono fino a quando il governo fascista decise di affidare direttamente a dei sicari il destino di Carlo Rosselli, fondatore del movimento e della resistenza spagnola.

Questi sono alcuni dei tantissimi processi che portò avanti il Tribunale speciale, che non si fermò mai e si avvalse di un’anticostituzionalità unica: la statistica delle condanne politiche sotto il fascismo ricopre il numero di 2947 processati per un totale di 14.458 anni di carcere;

In seguito alla liberazione si scoprì che dal 1935 al 1943 furono processati altri 2000 imputati.

Come conseguenza della presa di potere di Hitler, del patto franco-sovietico e del fronte popolare, il partito comunista decise di non nascondersi più, bensì di evitare quella politica d’isolamento che aveva mantenuto fino a quel momento e di dare inizio a un’alleanza antifascista: inizialmente cercò di allearsi con i movimenti politici più vicini, quale nel 1934 il partito socialista di Parigi. Poco dopo però il patto fra Hitler e Stalin portò una divisione tra comunismo e il restante antifascismo italiano, che si prestò a difesa delle democrazie occidentali.

Tale divisione rimase presente fino a quando, dopo l’aggressione nazista all’U.R.S.S., socialisti e comunisti si ritrovarono nel movimento G.L., così da creare successivamente la ‘struttura’  di ‘un comitato d’azione per l’unione del popolo italiano’.

All’inizio della seconda guerra mondiale, il partito comunista si trasferì da Parigi in Italia, concentrandosi nella diffusione di manifesti e clandestini all’interno delle grandi industrie del nord, al fine di interessare le masse operaie.

Queste opere coraggiose e decisive dei comunisti portarono gli scioperi del 1943, che furono di grande importanza politica in tutto il nord.

Sempre nel 1943 gli insuccessi militari fascisti fecero pensare alla fine della guerra: era necessario perciò reagire all’imminente pericolo di vedere lo stesso suolo italiano venduto ai tedeschi da Mussolini per la loro disperata difesa.

Era giunto quindi il ‘momento antifascista’, favorito e appoggiato dal grande impegno delle masse operaie del nord.

L’antifascismo era allora diviso in due ideologie e posizioni differenti: erano presenti coloro che non si affidavano alla presenza del re e della sua iniziativa costituzionale per vincere il fascismo, ma credevano solo nelle masse popolari, e invece da coloro che allo stesso re affidavano ogni speranza.

Di quest’ultimo gruppo facevano parte importanti esponenti liberali e conservatori, eredi del legalitarismo aventiniano, ai quali i comunisti portarono la richiesta di presentare la loro offerta di collaborazione ai generali dell’esercito del re, al fine di garantire la presenza del comunismo al seguente governo democratico del paese. Tale atteggiamento dei comunisti poteva nascere dal desiderio di non lasciare potenze isolate e inutilizzate, di evitare di creare divisione tra le forze di opposizione appena all’inizio del movimento per la liberazione, ma soprattutto di sfuggire alla possibilità di rimanere in isolamento e di quindi procedere sulla strada per inserirsi all’interno delle forze democratiche per il nuovo grande partito nazionale.

I partiti che stavano rinascendo dalla fine della guerra iniziarono a prendere voce in capitolo e a richiedere fermamente la fine della guerra, la caduta del fascismo e l’immediata liberazione dei prigionieri politici.

Seguì poi l’arrivo dei tedeschi, le battaglie contro di essi, episodi di eroismo e di cinismo.

Il comitato delle opposizioni si creò fra i sei partiti antifascisti (comunisti, socialisti, liberali, democristiani, d’azione e la democrazia del lavoro del sud) in Comitato Liberazione Nazionale:

la sede centrale ebbe spazio a Roma, quella in ‘alta Italia’ a Milano, poi si riprodusse nei C.L.N. regionali, provinciali, comunali e periferici.

Proprio questi C.N.L., di cui facevano parte soprattutto ex-militanti antifascisti, furono quelli a sollecitare la Resistenza, ad assumere il comando nei centri regionali sia dell’atto politico sia di quello militare, creando di conseguenza anche un comando tecnico per dirigere l’azione militare.

L’anno del 1943 fu teatro della diffusione di questo modo di pensare “clandestino”, che iniziava a ritrovarsi in tutti i gruppi sociali, con le forze del paese, dalle grandi masse ai gruppi di dirigenti o ai singoli intellettuali.

Obiettivo per il C.N.L era ottenere una ‘delega di poteri’ dallo stesso re, riconoscibile dagli alleati, ma tutto ciò fu ostacolato dalla nascente discordia tra Governo e Comitato di Liberazione. I partiti D’azione e Socialisti volevano che fosse dichiarata la caduta in Italia della monarchia, mentre i partiti della coalizione si ritrovano nella necessità dell’abdicazione, insieme però alla richiesta di una decisione istituzionale attraverso un referendum popolare alla fine del conflitto.

Conseguì che tra gli Alleati diversi personaggi presero voce per accertare che il popolo italiano avrebbe potuto decidere le proprie istituzioni, tra monarchia e repubblica.

Nello stesso tempo il governo Badoglio si mostrò assente a Roma dinanzi alla minaccia tedesca, si mostrò silenzioso e nascosto nel momento di proclamare l’armistizio e infine, si mostrò sordo quando dovette rappresentare le volontà politiche del paese stesso.

Il Comitato di Liberazione Nazionale Centrale richiese quindi sul finire del ’43 la costituzione di un governo straordinario, considerato necessario per ridare unità al paese e continuare la lotta per la liberazione insieme alle Nazione Unite, decisione confermata successivamente a Bari nel congresso dei partiti Antifascisti del ’44.

il C.N.L. era nato in un incerto isolamento, caratteristica affermatasi quando si rifiutò di partecipare al governo Badoglio, che però aveva concluso l’armistizio con gli Alleati, con i quali peggiorarono i rapporti.

Il C.N.L era nato di nascosto, clandestinamente, ma anche illegalmente: era illegale perché era situato nella terra controllata dal nemico, perché si opponeva alla legalità esistente, si teneva stretto a un rinnovamento democratico che si allontanasse completamente dal fascismo e dal prefascismo.

Questo momento “repubblicano” sembrava aver coinvolto e convinto diversi partiti del C.L.N., ma la solidarietà del comitato di Liberazione si tirò indietro davanti al problema istituzionale del governo.

Nel frattempo gli Alleati decisero di privare il re del loro appoggio per ricostruire in Italia un governo efficiente, ma egli ritrovò sostegno dalla Russia Sovietica con un riconoscimento diplomatico.

Tornato invece dalla Russia, il leader comunista Palmiro Togliatti aderì al governo Badoglio, seguito da altri partiti e accompagnato da chi con stupore si ricordava di come in precedenza i comunisti avessero apprezzato l’antimonarchia.

Seguì la liberazione di Roma, da cui prevalse principalmente il partito d’azione, la caduta di Badoglio dal ministero e l’affidare il comando al presidente del C.L.N. Bonomi, che s’impegnava ad accettare  il risultato di una votazione popolare tra monarchia e repubblica.

Al nord si stava sviluppando una guerra partigiana sostenuta dai C.N.L. regionali.

Anche al sud si assisteva a qualche esempio di lotta partigiana, come quello dei cittadini di Napoli che per un numero ristretto di giorni si erano schierati nei modi possibili contro i tedeschi, senza però poter mantenere quest’opposizione duratura: “Quel lontano 27 settembre del 1943 scoppiò una delle insurrezioni più dure e gloriose della storia recente della città, che andò avanti per quattro lunghi giorni e portò alla liberazione di Napoli dai nazifascisti un giorno prima dell’arrivo degli Alleati. Il campo d’azione di Amoretti era proprio l’area di Piazza Carlo III, nel quartiere San Giovanniello, oggi un susseguirsi di maestosi ed eleganti palazzi dove spiccano bar, alberghi e negozietti. La strada è quella che dall’Aeroporto di Capodichino conduce al centro città, il che rende il quartiere un punto di transito per migliaia di pullman, taxi e auto. Quello che oggi è un crocevia nevralgico nella viabilità cittadina nel 1943 è stato però un luogo simbolo per la sopravvivenza della Napoli come la conosciamo ora.”

(-L’Espresso)

Tornando al nord, invece erano i partiti di sinistra che sviluppavano la grande parte delle bande.

Alcune formazioni presenti erano: per ispirazione comunista le brigate “Garibaldi”, le “giustizia e libertà” per il partito d’azione, le “Matteotti” per il partito socialista, insieme a molte altre anche di ispirazione democristiana e liberale.

Queste bande erano sicuramente diverse in differenti ambiti, ma nonostante ciò erano molto unite e concordi tra esse, aiutandosi reciprocamente nel momento di un attacco nazi-fascista e potendo quindi organizzare le bande secondo uno schema territoriale e giuridico senza il pericolo di conflitti.

Iniziarono così a crearsi delle repubbliche partigiane, delle amministrazioni popolari, si dava un prezzo massimo ai viveri e si organizzavano fortificazioni e operazione difensiva nella zona liberata dal nemico.

Nonostante queste organizzazioni, i programmi predisposti rimasero a lungo inefficaci.

Le difese e le occupazioni dei territori si presentarono infatti in diverse zone, ma senza essere particolarmente durature: sugli appennini modenesi fu occupata nel giugno ’44 dai Garibaldi la zona di Montefiorino  fino alla grande battaglia alla fine di luglio. In provincia di Cuneo le valli Maira e Varaita, vaste zone nelle Langhe e nel Monferrato furono occupate dai G.L. e dalle formazioni ‘autonome’, in particolare la città di Alba occupata nel 9 ottobre resistette fino ai primi giorni di dicembre; attraverso degli attacchi e delle resistenze improvvisate le città di Domodossola e Val d’Osalla resistettero dal 8 settembre al 22 ottobre agli attacchi nemici.

Di particolare importanza fu invece il periodo durato diciotto mesi duranti i quali i partigiani vissero di nascosto nelle campagne e sui monti, mentre i C.N.L. sollecitavano e agitavano l’opinione pubblica attraverso stampe clandestine, gruppi di ardimenti patriottici eseguivano coraggiosi attacchi, la massa operaia mostrava la sua solidarietà verso la guerra partigiana scioperando agli ordini dei comitati sindacali.

In questo periodo infatti furono numerosi gli scioperi da parte della massa operaia, a cominciare dal marzo del ‘43 a quello di otto giorni nel marzo del ‘44, quelli in autunno che fermarono l’economia al nord, e gli ultimi del ’45 che divennero una ribellione liberatrice, a favore dei movimenti partigiani.

Tanto furono forti questi scioperi, tanto più aggressive furono le repressioni dei nazi-fascisti: arrivarono a incendiare interi villaggi e uccidere gli abitanti, come il doppio incendio di Boves e l’uccisione dei suoi 58 civili, il massacro dei 60 ostaggi di Cumiana, i 43  fucilati di Fondo Tece, i 335 massacrati a Roma, e infine le 2000 persone di Marzabotto, uno dei villaggi distrutti in provincia di Bologna. Segue un articolo dell’ANPI di Reggio-Emilia riguardate quest’ultimo massacro:

L’eccidio di Monte Sole (più noto come strage di Marzabotto, dal maggiore dei comuni colpiti) fu un insieme di stragi compiute dalle truppe naziste in Italia tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nel territorio di Marzabotto e nelle colline di Monte Sole in provincia di Bologna, nel quadro di un’operazione di rastrellamento di vaste proporzioni diretta contro la formazione partigiana Stella Rossa. La strage di Marzabotto è uno dei più gravi crimini di guerra contro la popolazione civile perpetrati dalle forze armate tedesche in Europa occidentale durante la Seconda guerra mondiale.

Dopo il Massacro di Sant’Anna di Stazzema commesso il 12 agosto 1944, gli eccidi nazifascisti contro i civili sembravano essersi momentaneamente fermati. Ma il feldmaresciallo Albert Kesselring aveva scoperto che a Marzabotto agiva con successo la brigata Stella Rossa e voleva dare un duro colpo a questa organizzazione e ai civili che la appoggiavano. Già in precedenza Marzabotto aveva subito rappresaglie, ma mai così gravi come quella dell’autunno 1944.

Capo dell’operazione fu nominato il maggiore Walter Reder, comandante del 16° battaglione corazzato ricognitori della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS, sospettato a suo tempo di essere uno tra gli assassini del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss. La mattina del 29 settembre, prima di muovere all’attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste, comprendenti sia SS che soldati della Wehrmacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area di territorio compresa tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti. «Quindi – ricorda lo scrittore bolognese Federico Zardi – dalle frazioni di Panico, di Vado, di Quercia, di Grizzana, di Pioppe di Salvaro e della periferia del capoluogo le truppe si mossero all’assalto delle abitazioni, delle cascine, delle scuole», e fecero terra bruciata di tutto e di tutti.

Nella frazione di Casaglia di Monte Sole, la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in preghiera. Irruppero i tedeschi, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le altre persone, raccolte nel cimitero, furono mitragliate: 195 vittime, di 28 famiglie diverse tra le quali 50 bambini. Fu l’inizio della strage. Ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno. La violenza dell’eccidio fu inusitata: alla fine dell’inverno fu ritrovato sotto la neve il corpo decapitato del parroco Giovanni Fornasini.

Fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, dopo sei giorni di violenze, il bilancio delle vittime civili si presentava spaventoso: oltre 800 morti. Le voci che immediatamente cominciarono a circolare relative all’eccidio furono negate dalle autorità fasciste della zona e dalla stampa locale (Il Resto del Carlino),  indicandole come diffamatorie; furono minimizzate anche presso Mussolini che chiedeva conferme (e che protestò per l’inaudita crudeltà tedesca); solo dopo la Liberazione lentamente cominciò a delinearsi l’entità del massacro.

 « La nostra pietà per loro significhi che tutti gli uomini e le donne sappiano vigilare perché mai più il nazifascismo risorga. »

(Lapide del cimitero di Casaglia)

Per la guerra della Liberazione si registrano 72.500 caduti, 39.167 i multati e gli invalidi, 700.000 militari e civili deportati.

La guerra della Liberazione era la rivoluzione del Popolo, una carica inaspettata dagli Alleati, che non avevano previsto tutto ciò dai resistenti italiani.

Gli alleati entrarono in contatto con tutti i partigiani europei per dare loro i mezzi per combattere, dalle armi all’organizzazione delle spedizioni contro i tedeschi.

Alcune fonti riportano una relazione ostile tra resistenza italiana e Alleati, dichiarando che questi ultimi non ebbero una grande impressione dei partigiani italiani ed europei, che mancarono d’aiuto verso alcune bande considerate comuniste e socialiste, ma altri esperti, come Tommaso Piffer, affermano che gli alleati non “ebbero nessun pregiudizio nei confronti della Resistenza italiana, che anzi fecero di tutto per potenziarne il ruolo”.

L’esercito partigiano fu infine chiamato dagli Alleati per collaborare sul piano militare alla fine della guerra. Si hanno alcune testimonianze degli alleati di questi ultimi combattimenti, quali i rapporti britannici come quello del colonello Hewitt:

“vennero catturati dai partigiani complessivamente più̀ di 40 mila prigionieri tedeschi o fascisti.                                                                                                             Vennero distrutti o catturati grandi quantitativi di armi e di equipaggiamento.                                                                                                                  Sacche nemiche, rimaste nel solco delle truppe avanzanti, vennero eliminate permettendo alle armate di avanzare senza ostacoli.                                             Furono salvati dalla distruzione obiettivi quali ponti, strade e comunicazioni telegrafiche e telefoniche, di vitale importanza per una rapida avanzata. Complessivamente più̀ di 100 centri urbani vennero liberati, prima che noi giungessimo, dai partigiani.                                                                                                     Il contributo partigiano, alla vittoria alleata in Italia fu assai notevole e sorpassò di gran lunga le più̀ ottimistiche previsioni.                                                                                            Colla forza delle armi essi aiutarono a spezzare la potenza e il morale di un nemico di gran lunga superiore ad essi per numero.                                                   Senza queste vittorie partigiane non vi sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, così schiacciante e così poco dispendiosa” .

Nelle settimane precedenti alle ultime battaglie, le formazioni partigiane attaccarono ripetutamente i nemici in svariate occasioni, talvolta accompagnati da successo, altre volte subendo gravi perdite: a Busca i gruppi di Bocca e Macciaraudi sorpresero i reparti della “Littorio”; mentre in Valsesia delle sezioni dei Garibaldini liberarono alcuni centri, ma persero diversi compagni; in seguito i partigiani combatterono ad Arona, mentre altri reparti guadagnarono terreno in Liguria.                                                                                                                                           Fin dai primi mesi dell’anno nuovo al nord iniziarono a riunirsi i capi della Resistenza con altre associazioni per stabilire quale sarebbe stato il moto di ribellione cittadino verso le autorità, moto considerato necessario dai comunisti e dagli azionisti per anticipare gli alleati e dimostrare il desiderio democratico e antifascista del popolo italiano.                                                                                           Decisero di puntare alla sicurezza e alla difesa, con l’aiuto degli operai, le centrali elettriche e le industrie dalle distruzioni organizzate dai tedeschi:                               a Genova fu importante evitare la distruzione del porto, a Milano e Torino si organizzarono brigate partigiane arrivanti dalla montagna per difendere le città e fermare la possibile fuga dei nazifascisti.                                                                        Tutto ciò iniziò concretamente il 9 aprile 1945.                                                              Con l’avanzare dei giorni la resistenza vinceva i nemici con grandi perdite e fatica, vincevano di città in città e in poco tempo si arrivò alla condanna a morte di Mussolini da parte del C.N.L.                                                                                     Giunse così la liberazione d’Italia, la cui data ufficiale è il 25 aprile 1945.                      Seguì nella giornata del 28 aprile una grande manifestazione popolare per festeggiare la tanto attesa liberazione del paese e la Vittoria della Resistenza.

                                                     CANTI E TESTI DELLA RESISTENZA

La lotta partigiana ha avuto come colonna sonora canti, poesia e ogni genere di testo, che ci avvicinano alla vita partigiana attraverso le loro parole.

La canzone più famosa è sicuramente Bella Ciao, di cui il testo è quello seguente:

Una mattina mi sono alzato

o bella ciao bella ciao

bella ciao ciao ciao

una mattina mi sono alzato

e ci ho trovato l’invasor.

O partigiano, portami via

o bella ciao bella ciao

bella ciao ciao ciao

o partigiano, portami via

che mi sento di morir.

E se muoio da partigiano

o bella ciao bella ciao

bella ciao ciao ciao

e se muoio da partigiano

tu mi devi seppellir.

Seppellire lassù in montagna

o bella ciao bella ciao

bella ciao ciao ciao

seppellire lassù in montagna

sotto l”ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno

o bella ciao bella ciao

bella ciao ciao ciao

e le genti che passeranno

e diranno: o che bel fior!.

E” questo il fiore del partigiano

o bella ciao bella ciao

bella ciao ciao ciao

è questo il fiore del partigiano

morto per la libertà

Altro canto importante è Fischia il vento:

Fischia il vento ed infuria la bufera

scarpe rotte e pur bisogna andar

a conquistare la rossa primavera

dove sorge il sol dell’avvenir

…a conquistare la rossa primavera

dove sorge il sol dell’avvenir

Ogni contrada è patria del ribelle

ogni donna a lui dona un sospir

nella notte lo guidano le stelle

forte il cuor e il braccio nel colpir

…nella notte lo guidano le stelle

forte il cuor e il braccio nel colpir

E se ci coglie la crudele morte

dura vendetta verrà dal partigian

ormai sicura è già la dura sorte

del fascista vile traditor

…ormai sicura è già la dura sorte

del fascista vile traditor

Cessa il vento, calma è la bufera

torna a casa il fiero partigian

sventolando la rossa sua bandiera

vittoriosi, e alfin liberi siam!

…sventolando la rossa sua bandiera

vittoriosi, e alfin liberi siam!

Per quanto riguarda le poesie invece la più riconosciuta è Partigia di Primo Levi:

Dove siete, partigia di tutte le valli,

Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?

Molti dormono in tombe decorose,

quelli che restano hanno i capelli bianchi

e raccontano ai figli dei figli

come, al tempo remoto delle certezze,

hanno rotto l’assedio dei tedeschi

là dove adesso sale la seggiovia.

Alcuni comprano e vendono terreni,

altri rosicchiano la pensione dell’Inps

o si raggrinzano negli enti locali.

In piedi, vecchi: per noi non c’è congedo.

Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,

lenti, ansanti, con le ginocchia legate,

con molti inverni nel filo della schiena.

Il pendio del sentiero ci sarà duro,

ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

Ci guarderemo senza riconoscerci,

diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.

Come allora, staremo di sentinella

perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno,

spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,

la mano destra nemica della sinistra.

In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:

La nostra guerra non è mai finita.

Come seconda poesia si ricorda in particolare Per un Partigiano Caduto scritta da Giovanni Capuzzo

Era nel buio l’ombra

a darti un volto,

o indistinta paura del domani?

Ma all’alba si partì,

cuore d’acciaio e muscoli di bronzo

sui campi seminati incontro a loro.

Battito breve di un’ala sul fossato:

una canzone ricoprì lo strappo

della tua carne, o mio fratello,

un canto lungo come il tuo cammino

per i sentieri chiari del futuro.

A darci luce il tuo sorriso valse,

quando la fronte sollevasti al sole,

per dirgli la tua pena e il tuo tormento.

Poi ricadesti: i fiori

sugli esili gambi pensierosi

bastarono a donarti una corona.

L’A.N.P.I.

La Resistenza, i Partigiani, una grande famiglia costituita da persone con idee magari non uguali ma affini, e con lo stesso obiettivo. Nel giugno 1944 Roma non era più in guerra, e fu proprio in tale città che si creò l’A.N.P.I., Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, mentre ancora al nord si respirava aria di guerra. Essa comprendeva vecchi combattenti che avevano preso parte alla guerra partigiana nell’Italia centrale. Dal momento della Liberazione prese importanza in tutto il paese, anche nelle regioni dove episodi di resistenza erano stati rari o dove vivevano partigiani provenienti da differenti paesi: comprendeva tutti i partigiani presenti in Italia. Inizialmente era retta dai rappresentanti di tutte le formazioni che avevano militato negli anni precedenti, come i Garibaldi, G.L., Autonome etc., ma dal primo congresso nazionale ci furono punti di disaccordo che portarono nel 1948 l’uscita dei Cattolici e della FIVL (federazione italiana volontari della libertà) e nel 1949 dei gruppi azionisti legati a G.L.                                                                                                                              Oggi l’associazione, che è organizzata in comitato nazionale, comitati regionali e provinciali, in sezioni comunali e circoli, accoglie Partigiani, che costituiscono il 10% degli iscritti, e tutti coloro che vogliono riconoscersi come Antifascisti.

La guerra, come potrebbe dire Sofocle, è simbolo di coraggio e di speranza, di slancio e di valore, ma è anche portatrice di dolore, rovina e sofferenze.                                                       I partigiani combatterono per la Libertà.                                                                   Caddero in nome del Coraggio.                                                                                  Lottarono accompagnati da dolore e dalla speranza che esso svanisse.                      Ed è solamente grazie a loro che ora, nel nostro presente, siamo chi vogliamo essere, dichiariamo le nostre idee senza filtri o censure.                                                            La Resistenza è parte di ciò che ci ha reso quello che possiamo essere oggi.

Perciò l’A.N.P.I. s’impegna anche nel ricordare il passato, fascismo e antifascismo, per non tornare indietro e trasformare gli sbagli del passato in giustizia del presente.

Caro lettore, speriamo che il nostro lavoro ti sia piaciuto e che tu sia riuscito a farti una tua idea sull’Antifascismo, sulla Resistenza e sull’ A.N.P.I. Ora puoi consultare le altre sezioni del nostro sito ! Buona scoperta !

Matilde di A.N.P.I. Rozzano

BIBLIOGRAFIA

-L’Espresso/La Repubblica: Quattro giornate, la storia dimenticata dei femminielli che fecero la resistenza;

– Anpi Reggio-Emilia: 1994-29.30- strage di Marzabotto;

-Archivio rapporti britannici Hewitt;

– Google testi: Bella Ciao, Fischia Il Vento

– Poesie, Canti, ed altri testi della resistenza partigiana (cnj.it): Partigia – Primo Levi, Per un Partigiano Caduto – Giovanni Capuzzo.

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